L’intelligenza artificiale smette di sognare e inizia a produrre utili (per qualcuno)
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Redazione Economia
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Secondo un’analisi della banca d’affari Morgan Stanley, che ha passato al setaccio le registrazioni delle ultime trimestrali (le cosiddette earnings call) del Q1 2026, una fetta significativa delle big statunitensi ha cambiato registro. Non si parla più solo di “potenziale rivoluzionario”, ma di numeri concreti: il 25% delle aziende dell’S&P 500 ha dichiarato un impatto quantificabile dell’AI sui propri conti. Una percentuale, questa, che raddoppia praticamente il 13% registrato nello stesso periodo dell’anno precedente e che segna il passaggio dalla fase dell’entusiasmo a quella della razionalizzazione degli investimenti. Guardando i dettagli emergono i settori dove la macchina gira meglio: la tecnologia ovviamente guida la classifica con il 42%, ma la sorpresa arriva dalla finanza, ferma al 40%, che ha registrato l’incremento più netto tra i comparti non tecnologici.
Il paradosso italiano tra adozione di massa e ritorni latenti
Se Oltreoceano si comincia a vedere la luce in fondo al tunnel degli investimenti, nel Belpaese il rapporto con le macchine intelligenti resta profondamente contraddittorio. Da un lato, i numeri diffusi da Deloitte Private raccontano di una corsa all’acquisto che non conosce crisi: ben il 78% delle imprese familiari italiane ha già introdotto soluzioni basate sull’intelligenza artificiale all’interno dei propri perimetri aziendali. Un dato, quest’ultimo, che sembrerebbe dipingere il tricolore come un modello di innovazione; eppure, se si scava sotto la superficie della mera adozione tecnologica, il quadro si fa decisamente più grigio. Una recente indagine del Mit, citata nel dibattito corrente, ha stimato che il 95% delle organizzazioni a livello globale non trae ancora ritorni economici misurabili dai propri progetti di AI generativa, una sindrome che colpisce anche le nostre partite Iva. La fotografia scattata dalla Brookings Institution è impietosa: in Italia l’AI copre appena l’1,6% delle ore lavorative totali, un valore che impallidisce di fronte al 5,2% registrato negli Stati Uniti, dove il 43% dei lavoratori la utilizza abitualmente contro il nostro 26%.
Management e correzioni: il freno a mano dell’organizzazione
A porre un ulteriore, pesante freno a questa transizione è la qualità della gestione interna. Non basta comprare il software se la catena di comando non è pronta a metabolizzarne le conseguenze. Il 71% dei dirigenti tecnologici senior, come emerge dalle analisi di settore, ammette che a limitare le prestazioni dell’AI è più la struttura organizzativa che il codice dei programmi. Il risultato è un paradosso perverso: l’AI accelera i tempi del lavoro, ma gran parte del tempo risparmiato viene divorato da correzioni e aggiustamenti. Ciò che manca, insomma, è una riorganizzazione profonda dei flussi; senza quella, la tecnologia rischia di restare un accessorio costoso invece che una leva di produttività. Le aziende italiane, dove il 52% delle imprese familiari sta implementando l’AI solo in ambiti specifici e solo il 26% in modo trasversale, sembrano incagliate proprio in questa fase interlocutoria.
I numeri e le aree di applicazione concreta
Dove l’AI funziona davvero – o almeno dove si provano a misurare i risultati – lo fa abbassando i costi per transazione, riducendo i tassi di errore nel back-office o velocizzando i cicli produttivi. In Italia, secondo il report di Deloitte Private, le applicazioni più promettenti riguardano la progettazione e prototipazione di prodotti (48%), la semplificazione della comunicazione interna (48%) e l’automazione dei processi (39%). Margini di miglioramento, questi, che tuttavia restano vincolati alla capacità delle aziende di bonificare i propri dati; senza una base informativa pulita e strutturata, infatti, i modelli producono risultati distorti che richiedono interventi umani continui. Quella che molti analisti chiamano “shadow AI economy” (l’uso non autorizzato ma massiccio di questi strumenti da parte dei singoli dipendenti), e che riguarda oltre il 90% dei lavoratori secondo le ultime stime del Mit, rappresenta forse la vera, silenziosa, rivoluzione di questi mesi.




