Ritorno a Buenos Aires, Bechis porta a Venezia la colpa del sopravvissuto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il ritorno a Buenos Aires, per Mariano Guerra, non è un viaggio. È una resa dei conti che arriva trentatré anni dopo, quando il Ministero della Giustizia argentino lo convoca come testimone al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, lo torturarono e lo resero schiavo durante la dittatura. Mariano, medico torinese che vive in Italia dal 1975, è uno dei pochi sopravvissuti al Garage Olimpo, il centro clandestino di detenzione nel cuore della capitale argentina dal quale è uscito vivo dopo oltre due anni di prigionia.
Il film diretto da Marco Bechis, presentato in concorso all'83esima Mostra del Cinema di Venezia, segue i giorni che precedono la sua deposizione, trascorsi negli alloggi messi a disposizione dal Ministero insieme ad altri superstiti in attesa di testimoniare.
Una ferita che il regista conosce
Marco Bechis, nato in Cile nel 1959 e cresciuto tra São Paulo e Buenos Aires, fu sequestrato il 19 aprile 1977, quando aveva vent'anni, e rinchiuso per quattro mesi nel centro clandestino Club Atlético. Da quella detenzione nacque nel 1999 "Garage Olimpo", il film che raccontava il funzionamento burocratico di un campo di concentramento argentino, dove la tortura diventava procedura e la violenza si mimetizzava nella normalità della vita cittadina.
In Argentina, ha spiegato Bechis, i militari evitarono il clamore prodotto in Cile dagli stadi pieni di prigionieri creando più di trecento piccoli centri clandestini disseminati nella città, luoghi di cui si ignorava l'esistenza. Nel 2010 lo stesso regista è tornato a Buenos Aires per testimoniare contro i militari. "Mariano non sono io", ha precisato Bechis a Venezia, spiegando di aver scelto la finzione perché a volte è l'unico modo per raggiungere una verità che la memoria, da sola, non sa raccontare.
Dal sopravvissuto al testimone
Il passaggio che interessa al regista è quello che porta dall'essere sopravvissuto al diventare testimone. Nel film, Mariano è interpretato da Adriano Giannini, che ha spiegato come il lavoro sul personaggio sia partito dal corpo più che dalla psicologia. L'attore, che non parla spagnolo, ha dovuto imparare la lingua per girare in Argentina, e ha raccontato di aver visitato insieme a Bechis i luoghi di tortura e detenzione dove il regista era stato rinchiuso.
"A un certo punto ho completamente smesso di avere un approccio razionale al copione", ha detto Giannini, "perché non riuscivo a mettere in ordine questi pezzi". La soluzione è stata guardare il regista invece dei luoghi: "Ho incominciato a guardare lui. In un determinato momento, in cui siamo andati proprio nel posto dove Marco è stato detenuto, lui ha avuto un momento di commozione e io ho capito che dovevo guardare quella storia attraverso quello che Marco in quel momento stava guardando".
La colpa di essere rimasti vivi
Il tema centrale del film è quello che Bechis definisce la colpa del sopravvissuto: cosa significa continuare a vivere sapendo che altri, imprigionati accanto a te, non hanno avuto la stessa possibilità. Nel centro clandestino, ha raccontato Bechis, i prigionieri venivano sottoposti a torture e ridotti in schiavitù, e la liberazione di alcuni passava talvolta attraverso forme di collaborazione con gli aguzzini.
Mariano è uno di quelli che ce l'hanno fatta, ma il ritorno a Buenos Aires lo costringe a confrontarsi con le domande della figlia di una donna che tradì durante le torture, oltre che con quelle degli avvocati che gli chiedono ragione del suo comportamento durante i due anni di prigionia. Il regista ha spiegato che non tutti i sopravvissuti riescono a diventare testimoni: molti non hanno il coraggio di esporsi di fronte ai propri carnefici, che sono stati arrestati e sono in giudizio.
Il percorso dall'essere sopravvissuto al diventare testimone, ha osservato, è un tragitto enorme: Mariano ci ha messo trent'anni, mentre per trent'anni sapeva di essere soltanto sopravvissuto.
Uno sguardo sull'attualità
Bechis ha spiegato che l'urgenza del film non è archeologica. "Oggi siamo pieni di sopravvissuti", ha detto, citando Gaza, l'Ucraina e i conflitti africani di cui non si sa nulla. "Quanti riescono a diventare testimoni di fronte a un tribunale che accusa e poi condanna i criminali di guerra?".
Il regista ha anche affrontato il presente politico argentino: alla domanda sul presidente Javier Milei e sulla diffusione delle nuove autocrazie, ha risposto che fenomeni come quello argentino sono legati all'uso dei social network, con i ventenni che hanno votato trasversalmente per Milei dai più ricchi ai più poveri. "Se rimaniamo rinchiusi nel non volere gli altri finiremo per essere una dittatura", ha affermato. In Argentina, ha ricordato, i processi contro i militari ripresero sotto il governo di Néstor Kirchner dopo le leggi di impunità degli anni Ottanta e Novanta, portando a circa 1.500 condanne all'ergastolo. Jorge Rafael Videla, capo della giunta militare dal 1976 al 1981, è morto in carcere nel 2013 mentre scontava la pena.
Il film nelle sale
"Ritorno a Buenos Aires", coproduzione internazionale tra Italia e Brasile prodotta da Fandango con Rai Cinema, 39 Films Karta Film e 34 Filmes, è scritto da Marco Bechis insieme a Viges Bechis Boll. Oltre a Giannini, il cast comprende Ana Celentano, Verónica Gerez, Olivia Nuss, Adrián Fondari, Paula Cohen e Marcelo Chaparro. La pellicola, della durata di 105 minuti, è girata in italiano e spagnolo. Dopo il passaggio a Venezia, il film esce nelle sale italiane il 17 settembre distribuito da Fandango.
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