Nba, la morte misteriosa di Brandon Clarke a 29 anni: ipotesi overdose (e un recente arresto)

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’aria che si respira nelle stanze del potere cestistico americano, quelle solitamente permeate di sudore, statistica e contratti milionari, è oggi appesantita da un silenzio irreale. A sconquassare l’equilibrio della lega non è stato un trade clamoroso o un infortunio devastante in campo, ma la notizia, giunta come un fulmine a ciel sereno, della morte di Brandon Clarke. Il lungo dei Memphis Grizzlies, un talento canadese che aveva appena compiuto 29 anni, ci ha lasciato in circostanze che le autorità – alle prese con un’autopsia ancora in corso – non hanno ancora ufficialmente chiarito. Se da un lato la franchigia del Tennessee si dichiara “affranta” attraverso un comunicato ufficiale, dall’altro emergono dettagli inquietanti dall’inchiesta della polizia di Los Angeles, dove i vigili del fuoco sono intervenuti per un’emergenza medica nel tardo pomeriggio di lunedì.

Una stagione tormentata tra riabilitazione e ghosting sportivo

Per comprendere lo shock che ha investito i Grizzlies – e l’intero panorama Nba – forse è necessario riavvolgere il nastro di questi ultimi mesi, perché la carriera di Clarke era diventata un’altalena crudele di attese e ricadute. Scelto al primo giro del Draft 2019, lo stesso che portò a Memphis il fenomeno Ja Morant, il lungo canadese aveva legato indissolubilmente la sua sorte a quella della squadra. Tuttavia, nella stagione corrente, il suo apporto sul parquet si era ridotto a un miraggio: solo due presenze. Una miseria, se si pensa che a dicembre un problema al polpaccio l’aveva costretto a fermarsi nuovamente, proprio nel momento in cui sperava di scrollarsi di dosso i postumi di un intervento al ginocchio. Le cronache sportive raccontano di continue “non convocazioni”, di riabilitazioni che sembravano non finire mai, quasi che il suo fisico avesse deciso di tradire una promessa che sembrava scritta.

Le ombre sull’autopsia e l’intervento dei vigili del fuoco

Mentre la nota della Nba parla in modo generico di “morte improvvisa”, gli investigatori procedono con i piedi di piombo. La chiamata ai servizi di emergenza di Los Angeles – avvenuta poco dopo le 17, secondo quanto riferito dalle autorità – ha aperto un fascicolo dove al momento la causa del decesso è ancora un punto interrogativo. In assenza di un referto autoptico definitivo, circola però già insistente l’ipotesi di un’overdose, uno scenario che, se confermato, getterebbe una luce sinistra su un’esistenza privata che la macchina del basket aveva sempre tenuto accuratamente in ombra. È qui che la cronaca nera incontra lo sport: per ora, nessun indizio è stato divulgato ufficialmente, ma l’attenzione si concentra su quanto accaduto nelle ore precedenti al malore.

Le accuse di narcotraffico e l’incubo fuga in Arkansas

A complicare ulteriormente il quadro, e a rendere meno peregrina l’ipotesi tossicologica, c’è un precedente pesantissimo che risale a neanche un mese fa. Prima dell’inchiesta sulla morte, ce n’era un’altra aperta dai carabinieri dell’Arkansas: Brandon Clarke era stato arrestato dopo un inseguimento ad alta velocità. Gli agenti lo avevano fermato e, al termine della caccia, avevano trovato nella sua disponibilità del kratom, una sostanza spesso utilizzata come analgesico alternativo ma oggetto di crescente controllo normativo negli Stati Uniti. Le accuse a suo carico, ancora tutte da definire in aula quando la morte lo ha raggiunto, erano pesantissime: traffico e possesso di sostanze controllate, oltre alla fuga per eludere il controllo delle forze dell’ordine. Quell’ombra giudiziaria, che pendeva sulla sua testa da qualche settimana, ora si allunga tragicamente sulla sua scomparsa, alimentando i sospetti degli investigatori di Los Angeles su quanto effettivamente sia accaduto in quella stanza lunedì pomeriggio.

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