Spionaggio israeliano e droni abbattuti: la diffidenza segna il patto Usa-Israele

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La relazione, storicamente blindata, tra Washington e Gerusalemme sta attraversando una fase di crescente tensione, alimentata da sospetti di spionaggio che vanno ben oltre la tradizionale "diplomazia delle orecchie" tra alleati. A gettare benzina sul fuoco non è stata la Casa Bianca, ma una voce interna al Pentagono, dove una fazione sempre più influente sta combattendo una battaglia silenziosa per frenare l'intensificazione della cooperazione militare e d'intelligence con Israele.

La miccia, in questo contesto già infuocato dall'emergenza Iran, è rappresentata da due dossier paralleli ma convergenti: da un lato l’abbattimento di droni iraniani nello Stretto di Hormuz, dall’altro le rivelazioni su una rete segreta israeliana in Azerbaijan e i timori che i servizi di Netanyahu stiano mettendo sotto controllo gli stessi negoziatori americani.

Occhi elettronici su Witkoff e lo spettro del “caso Pollard” 2.0

Secondo quanto riportato da fonti intelligence citate dal New York Times e da Nbc News, il livello di allerta per il controspionaggio nei confronti di Israele è stato innalzato al grado “critico”, il massimo della scala. Il timore, condiviso da funzionari della Defense Intelligence Agency (Dia), è che Gerusalemme stia conducendo attività mirate a carpire informazioni riservate sulle deliberazioni interne dell’amministrazione Trump. Nel mirino, in particolare, sarebbe finito Steve Witkoff, il negoziatore di punta per il Medio Oriente, insieme ad alti vertici del Pentagono.

La vulnerabilità di questi funzionari, secondo le analisi, sarebbe aggravata da abitudini discutibili come l’uso di jet privati e telefoni personali per discutere di sicurezza nazionale, lontani dalle procedure di sicurezza standard delle ambasciate. Questa fiducia incrinata emerge mentre i due Paesi sono impantanati in una campagna militare contro l’Iran, una guerra che ha visto gli Stati Uniti abbattere due droni d’attacco iraniani nello Stretto di Hormuz.

Il Centcom, attraverso un post sui social, ha giustificato l’azione con la necessità di proteggere il traffico marittimo internazionale da quella che ha definito “aggressione iraniana”.

La rete fantasma in Azerbaijan e il fattore Tabriz

A complicare ulteriormente il quadro, contribuendo a giustificare la paranoia di Washington, è arrivata un’inchiesta esclusiva della Cnn. Il network americano ha documentato come Israele abbia dispiegato truppe d’élite in territorio azero, a soli 96 chilometri dalla città di Tabriz, nel cuore dell’Iran. Questa presenza, che secondo le fonti includeva commandos speciali e personale del Mossad, non era limitata a semplici operazioni di salvataggio.

Al contrario, da queste basi avanzate - situate lungo i confini dell’Azerbaijan - lo Stato ebraico avrebbe condotto operazioni di intelligence e missioni con droni per penetrare le difese della Repubblica Islamica. L’esistenza di questa “rete militare fantasma”, che si estenderebbe fino a Somaliland e Iraq, rivela la determinazione israeliana di agire in autonomia.

Un atteggiamento, quest’ultimo, che stride con le linee guida americane e alimenta il sospetto che, se Israele costruisce basi nascoste per colpire Teheran, sia disposto a violare qualsiasi confine di fiducia per ascoltare le carte che Witkoff tiene sul tavolo dei negoziati.

Il rifiuto di Baku e il silenzio del Pentagono

L’ambasciata azera a Washington ha ovviamente smentito con fermezza queste ricostruzioni, definendole infondate e finalizzate a minare la stabilità regionale. Un silenzio assordante, invece, è calato dal Pentagono e dalla Casa Bianca di fronte alle domande sulle presunte attività di spionaggio nei confronti dei propri negoziatori. Una portavoce dell’ambasciata israeliana ha liquidato le accuse come “disinformazione dettata da motivazioni politiche”, negando qualsiasi operazione di intelligence ai danni degli alleati statunitensi.

Tuttavia, i documenti trapelati descrivono un livello di minaccia che è passato da “alto” a “critico” in poche settimane, suggerendo che gli investigatori americani abbiano raccolto prove specifiche di intercettazioni e sorveglianze mirate. L’ironia, amara, è che tutto questo accade mentre ufficialmente Washington e Tel Aviv condividono quantità massicce di intelligence operativa per contrastare il nemico comune, un paradosso che trasforma ogni scambio di informazioni in un potenziale boomerang per la sicurezza nazionale americana.

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