La rete segreta israeliana: soldati e Mossad in Azerbaijan per accerchiare l’Iran
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Redazione Esteri
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Non si tratta di semplici esercitazioni al confine, né di routine manovre difensive. Secondo quanto ricostruito da fonti citate dalla Cnn e riprese da diverse testate internazionali, Israele avrebbe posizionato decine di suoi soldati scelti – tra cui forze speciali, reparti di elisoccorso e agenti del Mossad – in territorio azero, a ridosso del confine settentrionale con l’Iran, già nella fase iniziale del conflitto che ha opposto i due paesi.
Le postazioni, alcune delle quali si trovavano a circa 96 chilometri dalla città iraniana di Tabriz (uno degli obiettivi colpiti durante la guerra), non erano state ufficialmente riconosciute da Gerusalemme, né tantomeno da Baku, che anzi ha prontamente smentito le indiscrezioni definendole "infondate".
Eppure, le rivelazioni – frutto del lavoro investigativo di quattro fonti anonime ma vicine al dossier – dipingono uno scenario tattico di lungo respiro, nel quale l’alleanza tra lo stato ebraico e l’Azerbaijan (già solida sul piano degli armamenti e delle forniture energetiche) si sarebbe trasformata in un avamposto militare segreto, utile per monitorare, colpire e, in caso di necessità, recuperare equipaggi in territorio nemico.
Dalla missione di salvataggio alla guerra intelligence
Inizialmente, il contingente israeliano sarebbe stato dispiegato con una funzione essenzialmente passiva, ovvero quella di una "squadra di recupero" pronta a intervenire nel caso in cui un velivolo dell’Idf fosse stato abbattuto dalle difese aeree iraniane. Tuttavia, come spesso accade in queste operazioni ibride, la missione si è evoluta rapidamente.
Le stesse fonti rivelano che i reparti – che includevano anche operatori della famigerata unità "Kingfisher" – hanno assunto un ruolo attivo nella guerra intelligence, trasformando i siti azeri in basi di ascolto avanzate per le comunicazioni nemiche e in piattaforme di lancio per droni da ricognizione.
È da questa postazione, secondo la ricostruzione, che sarebbe partita l’azione più significativa della prima fase della guerra: l’uccisione del comandante della Divisione Operazioni Speciali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, un uomo chiave per Teheran, responsabile del reclutamento di agenti anti-israeliani in Medio Oriente e oltre. L’eliminazione di questo alto profilo militare dimostra come, nonostante le smentite ufficiali, il suolo azero sia stato utilizzato come trampolino di lancio per colpire il cuore del sistema repressivo iraniano.
Il nodo di Hezbollah e la trappola libanese
Mentre sul versante orientale si consumava questa silenziosa occupazione, il fronte occidentale restava avvolto in una diplomatica quanto infruttuosa trattativa. Dopo il netto rifiuto di Hezbollah di accettare il cessate il fuoco proposto da Washington – un documento che i vertici del partito sciita hanno bollato come una "capitolazione" – la posizione del primo ministro Benjamin Netanyahu si è fatta paradossalmente più rigida.
Il leader di Gerusalemme, infatti, non ha nemmeno sottoposto al voto del gabinetto di sicurezza l’accordo per la tregua con il Libano, un gesto che di fatto congela qualsiasi ipotesi di disinnesco immediato delle ostilità. All’interno del governo israeliano, l’ala più oltranzista, rappresentata in particolare dal ministro della Sicurezza Nazionale, continua a premere per un’escalation, ritenendo che solo la pressione militare possa garantire la sicurezza dei confini settentrionali.
Questa paralisi decisionale, di fatto, lascia il paese in una condizione di "né pace né guerra", dove i raid proseguono e la diplomazia arranca, tenuta in ostaggio dalle opposte rigidità delle parti in campo.
L’uranio, il Somaliland e la strategia dell’accerchiamento
A completare il quadro di questa guerra dai contorni globali, ci pensano le dichiarazioni del presidente americano e l’esistenza di un altro scalo segreto, situato in una regione semisconosciuta del Corno d’Africa. Parlando ai giornalisti, Trump ha ribadito un concetto ormai chiaro alla dottrina della Casa Bianca: "Non abbiamo bisogno di un accordo per prendere l’uranio arricchito iraniano; potremmo ottenerlo subito, è sepolto".
Il presidente ha inoltre lasciato aperta una finestra – seppur ipotetica – sulla possibilità di incontrare la Guida Suprema iraniana in caso di intesa, aggiungendo quasi distrattamente che in certi ambienti gode di una "ottima reputazione". Più a sud, lungo le rotte di rifornimento, le indagini hanno rivelato l’esistenza di una base israeliana in Somaliland, lo stato secessionista non riconosciuto dalla comunità internazionale ma che da dicembre ha ottenuto il riconoscimento proprio da Israele.
Questo scalo, situato lungo il corridoio che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano, rappresenta un nodo logistico cruciale per gli aerei cargo e i rifornimenti diretti verso il Golfo Persico, chiudendo idealmente il cerchio dell’accerchiamento voluto da Netanyahu: una tenaglia che stringe Teheran da est (Azerbaijan), da ovest (Libano/Iraq) e da sud (Somaliland/Emirati Arabi).




