Lo 007 morto sul lago Maggiore nel 2023 era del Mossad e lavorava contro l’Iran
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Redazione Interno
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Sono trascorsi quasi tre anni dal naufragio della “Goduria” sul lago Maggiore, una tragedia che costò la vita a quattro persone e che, almeno stando alle prime ricostruzioni ufficiali, sembrava destinata a rimanere archiviata come un incidente dovuto al maltempo. Così non è stato, e la rivelazione giunge da lontano, precisamente da Tel Aviv, dove il direttore del Mossad David Barnea ha scelto la Giornata dedicata ai caduti in guerra per togliere il velo di ombra che avvolgeva l’identità e la missione di uno dei passeggeri. Quell’uomo, che fino a ieri i media israeliani avevano imparato a chiamare con la semplice iniziale “M” – seppur alcuni organi di stampa ne abbiano poi rivelato il presunto nome in codice come Erez Shimoni – non era un semplice pensionato del servizio segreto, come invece il governo di Gerusalemme aveva lasciato intendere all’epoca dei fatti. Era un ufficiale in piena attività, caduto mentre coordinava una delicata operazione proprio contro Teheran.
Un’operazione congiunta contro il programma bellico iraniano
L’imbarcazione, un 16 metri salpata da Sesto Calende e diretta verso Arona, trasportava un carico umano ben lontano dall’essere quello di semplici turisti in gita. A bordo c’erano ventuno persone, una commistione di agenti italiani e israeliani, tutti coinvolti in una strategia per contrastare l’avanzamento militare della Repubblica Islamica. Lo ha confermato Barnea, spiegando che “M” stava lavorando a stretto contatto con l’intelligence italiana per impedire che Teheran potesse rifornirsi di armi avanzate, un obiettivo che rientrava in una campagna più ampia i cui effetti, a detta del diretto interessato, sarebbero stati “significativi” per la sicurezza di Israele. L’operazione di cui faceva parte portava il nome in codice di “Leone Ruggente” e, sebbene i dettagli operativi rimangano riservati, la sua esistenza spiega la presenza di un numero così elevato di 007 a bordo di quella barca finita tragicamente sott’acqua nei pressi di Lisanza.
Le ombre sull’affondamento e le indagini giudiziarie
È proprio la dinamica del naufragio, avvenuto il 28 maggio 2023 a poca distanza dalla riva, a rappresentare oggi il tassello più oscuro di questa vicenda. Mentre le prime ricostruzioni parlavano di una tempesta improvvisa, le parole scelte dal capo del Mossad durante la commemorazione hanno riacceso i riflettori su un’altra pista. Barnea ha utilizzato il verbo “ucciso” riferendosi al suo agente, e non “morto” accidentalmente, alimentando il sospetto – riportato dalla stampa israeliana – che dietro il capovolgimento del natante possa esserci stata una mano esterna, forse proprio dei servizi iraniani che avrebbero scovato l’incontro. Una circostanza, quella del sabotaggio, che al momento rimane una suggestione investigativa in assenza di prove certe, ma che cambia radicalmente la prospettiva di un evento archiviato dalla Procura di Busto Arsizio principalmente come un disastro colposo. Non va dimenticato, a tal proposito, che lo skipper Claudio Carminati, unico sopravvissuto tra i componenti dello staff di bordo insieme alla compagna Anya Bozhkova (poi deceduta anche lei), ha patteggiato una pena di quattro anni per naufragio colposo e omicidio colposo; la sentenza, arrivata nell’estate del 2024, aveva evidenziato negligenze nella gestione dell’imbarcazione e il sovraffollamento della stessa, elementi che per il tribunale furono la causa scatenante della sciagura.
Il silenzio rotto e il ricordo degli agenti italiani
In quell’affondamento persero la vita anche due funzionari dei servizi segreti italiani: Claudio Alonzi e Tiziana Barnobi. Le loro salme, assieme a quella dell’agente “M” e della russa Bozhkova, furono recuperate nei giorni successivi. Se il governo israeliano aveva inizialmente tentato di minimizzare definendo l’uomo un “pensionato”, la commemorazione ufficiale di Barnea ha spazzato via ogni dubbio residuo. Sulle lapidi dei due colleghi italiani, del resto, era già apparsa una dicitura che oggi suona come una profezia involontaria della verità venuta a galla. Vi si legge che i due sono “caduti nel corso dello svolgimento di una delicata attività operativa con i servizi collegati esteri”. Un modo elegante e criptato per dire che quella gita, in realtà, era una riunione di guerra. Il fatto che l’agente “M” sia stato sepolto con tutti gli onori nel cimitero militare di Ashkelon alla presenza dei vertici del Mossad conferma, se mai ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale che l’uomo ricopriva nella partita a scacchi tra Israele e la Repubblica Islamica.




