Milano, lo striscione per i due attivisti della flotilla: “Siamo tutti Thiago e Saif”. La procura di Roma indaga per sequestro di persona

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Pochi giorni dopo l’abbordaggio in acque internazionali, la vicenda della Global Sumud Flotilla trova il suo epicentro simbolico a Milano, dove un lungo striscione comparso in piazza Scala ha riassunto il sentimento dei sostenitori dell’iniziativa umanitaria: “Siamo tutti Thiago e Saif”. La frase, esposta durante una conferenza stampa convocata dagli attivisti, mira a tenere alta l’attenzione sulla sorte dei due membri dell’equipaggio, attualmente detenuti in Israele dopo essere stati prelevati la notte del 29 aprile al largo di Creta. Se per gli altri partecipanti alla missione – composta da decine di imbarcazioni – si è conclusa con lo sbarco forzato in Grecia, per Thiago Ávila e Saif Abukeshek la traversata si è trasformata in un incubo giudiziario; le autorità israeliane li hanno trasferiti nel carcere di Shikma, dove sono giunti dopo oltre quarantotto ore durante le quali, come denunciato dai legali, nessuno ha avuto loro notizie.

Il rischio della pena di morte e le accuse di “pirateria”

La preoccupazione maggiore, espressa chiaramente dai portavoce della flotilla, è concentrata sulla figura di Saif Abukeshek: la sua origine palestinese, nonostante il possesso delle cittadinanza spagnola e svedese, lo espone a un rischio concreto che gli altri detenuti non corrono, ovvero la pena capitale. Secondo quanto riferito dai sostenitori, la normativa israeliana recentemente inasprita potrebbe configurare le accuse mosse – tra cui “assistenza al nemico in tempo di guerra” e “contatti con un agente straniero” – come reati punibili con l’impiccagione, una prospettiva che ha scatenato un acceso dibattito politico oltre che giuridico. Non a caso, durante l’udienza che ha prorogato la custodia cautelare fino al 5 maggio, la difesa ha contestato radicalmente la giurisdizione israeliana, sostenendo che l’intero procedimento sia viziato alla radice perché i presunti illeciti sarebbero stati commessi in un’area dove lo stato ebraico non ha titolo per agire.

L’inchiesta della procura di Roma: sequestro di persona e bandiera italiana

Sul fronte giudiziario nazionale, la procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo che rappresenta forse l’aspetto più delicato della vicenda. Dopo la ricezione di tre distinti esposti, i pm Stefano Opilio e Lucia Lotti hanno avviato un’indagine per sequestro di persona, cercando di stabilire i contorni di un’operazione militare che ha coinvolto direttamente un’imbarcazione italiana. Al centro dell’attenzione degli inquirenti vi è il passaggio di Saif Abukeshek – membro del direttivo della flotilla – dall’imbarcazione “Batolo”, battente bandiera francese, alla “Eros 1”, che invece sventolava il tricolore italiano. Secondo la ricostruzione fornita dal team legale, la “Eros 1” è stata avvicinata da un mezzo militare israeliano che ha proceduto al prelevamento forzato dell’uomo e di altri membri dell’equipaggio; e se gli altri sono stati rilasciati a Creta, per Abukeshek e Ávila la destinazione è stata Israele. Questo dettaglio non è sfuggito agli attivisti, che durante la manifestazione milanese hanno ricordato come una nave in acque internazionali sia giuridicamente considerata territorio italiano, invocando pertanto una reazione diplomatica più decisa di quella finora percepita.

Detenzione, isolamento e la prospettiva di una rogatoria internazionale

Mentre in piazza Scala si moltiplicavano gli appelli, la condizione dei due attivisti nella struttura di Shikma restava pesantemente critica. Secondo le comunicazioni diffuse dai legali, entrambi sarebbero stati sottoposti a un regime di isolamento e avrebbero denunciato maltrattamenti fisici durante il trasferimento, incluso il prolungato bendaggio degli occhi. A complicare ulteriormente il quadro, il tribunale di Ashkelon ha accolto solo parzialmente la richiesta dell’accusa di quattro giorni di fermo, concedendone due (fino a martedì 5 maggio) ma senza formulare ancora accuse formali; una situazione di stallo che lascia i due in un limbo giuridico, in attesa che i magistrati decidano se procedere con l’incriminazione. Da Roma, intanto, si prepara il terreno per una richiesta di rogatoria a Israele, anche se le difficoltà di collaborazione tra i due apparati giudiziari appaiono evidenti, soprattutto alla luce della tesi difensiva che definisce l’abbordaggio un “atto di pirateria” privo di fondamento legale.

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