Trump non rinuncia alla Groenlandia, tra strategia e tensioni diplomatiche
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Redazione Esteri
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Donald Trump ha riportato alla ribalta l’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia, definendola una priorità strategica irrinunciabile, in un contesto globale dove risorse minerarie, rotte artiche e competizioni geopolitiche la rendono un bersaglio ambito. L’amministrazione americana, che già nel 1946 – con Truman – aveva tentato di acquisirla per 100 milioni di dollari, sembra ora disposta a mettere sul tavolo offerte dirette alla popolazione Inuit, aggirando Copenaghen. Una mossa che, se da un lato accelera la rivalità con Cina e Russia, dall’altro solleva proteste nelle istituzioni danesi e groenlandesi, decise a difendere la propria sovranità.
«Gli Stati Uniti avranno la Groenlandia», ha dichiarato Trump, lasciando intendere la possibilità di un approccio aggressivo. A replicare, con fermezza, è stato il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen: «Non apparteniamo a nessuno. Il nostro futuro lo decidiamo noi». Le parole di Nielsen, diffuse su Facebook, riflettono una resistenza che va oltre il semplice rifiuto diplomatico, toccando il tema dell’autodeterminazione di un territorio vasto e scarsamente popolato, ma ricco di giacimenti minerari e posizionato su rotte commerciali sempre più cruciali a causa dello scioglimento dei ghiacci artici.
L’allarme è stato rilanciato anche da Seth Moulton, esponente democratico, secondo il quale le ambizioni di Trump non si limiterebbero alla Groenlandia, ma aprirebbero un pericoloso precedente di espansione unilaterale. Sebbene la Casa Bianca non abbia fornito dettagli operativi, l’ipotesi di un’annessione forzata – per quanto remota – ha riacceso tensioni con l’Unione Europea, da sempre vicina alla Danimarca. Intanto, la Cina, già attiva nell’area con investimenti infrastrutturali, osserva con attenzione un confronto che potrebbe ridefinire gli equilibri nell’Artico.




