Il private equity e quelle 1.100 aziende italiane nei portafogli dei fondi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Circa 1.100 aziende italiane, un numero che da solo restituisce l’idea di quanto il capitale privato sia ormai radicato nel tessuto produttivo, risultano attualmente detenute in portafoglio da fondi di private equity. Il dato, lungi dall’essere una mera statistica, assume contorni più definiti alla luce delle performance industriali di queste stesse realtà, le quali, supportate dall’afflusso di capitale, hanno registrato una crescita media annua del margine operativo lordo, quell’ebitda che per gli addetti ai lavori rappresenta il termometro della salute industriale, del 16 per cento nell’arco degli ultimi cinque anni, attestandosi su un valore medio di 25 milioni di euro -1. È questa, in sintesi, una delle evidenze cardine che emergono dalla diciassettesima edizione del Global Private Equity Report 2026 di Bain & Company, presentato a Milano: un’istantanea che fotografa un comparto in salute, se si guarda ai fondamentali delle partecipate, ma che non può nascondere le crepe di un sistema più ampio, alle prese con una crisi di liquidità che alcuni analisti non esitano a definire peggiore di quella del 2008 -7.

La fotografia del report e l’identikit delle partecipate

A presentare i dati, nella sede milanese, è stato Sergio Iardella, senior partner e responsabile italiano private equity di Bain & Company, il quale ha offerto una panoramica dettagliata della composizione di questi portafogli -1. Le aziende in questione, infatti, non sono tutte uguali e si distribuiscono in modo variegato tra i settori, con una prevalenza, in termini di numerosità, per il comparto industriale e per quello dei beni di consumo, sebbene sia proprio in quest’ultimo ambito, come pure nel fashion e nel lusso, che si siano registrate le sofferenze maggiori nel corso dell’ultimo anno. Di contro, i settori legati a macro-trend di lungo periodo, come la tecnologia e l’healthcare, continuano a trainare gli investimenti, e con essi si segnala una crescita significativa per l’energia e le infrastrutture, ambiti questi ultimi che hanno visto triplicare il loro peso rispetto al biennio precedente -1. Un’accelerazione, quella del private equity in Italia, testimoniata anche da un aumento del 25 per cento nel numero di operazioni concluse rispetto all’anno precedente, sebbene la crescita sia stata guidata principalmente da deal di dimensioni più contenute, quelli che gli esperti definiscono di lower mid-market, mentre sulle acquisizioni di maggiori dimensioni si è osservata una flessione -1.

Il paradosso globale tra mega-deal e crisi di liquidità

Se il quadro italiano mostra un tessuto produttivo che, innestato con il capitale dei fondi, riesce a esprimere performance di tutto rispetto, la lente d’ingrandimento va però spostata sul contesto globale per cogliere le contraddizioni di un settore che, a dispetto di numeri da capogiro, vive una fase di stallo preoccupante. Il report di Bain & Company, infatti, certifica come il 2025 abbia rappresentato un punto di svolta per l’industria del private equity a livello mondiale, con il valore complessivo delle operazioni di buyout che ha raggiunto i 904 miliardi di dollari, segnando un +44% su base annua e attestandosi come il secondo miglior risultato di sempre, dietro soltanto ai picchi record del 2021 -4. A sostenere questa impennata sono stati soprattutto i mega-deal, operazioni colossali da oltre 10 miliardi di dollari concentrate prevalentemente negli Stati Uniti, dove la ripresa del dealmaking è apparsa più vigorosa. Eppure, questo rimbalzo del valore complessivo nasconde una realtà più complessa e per certi versi paradossale: i fondi faticano a dismettere le partecipazioni, un fenomeno che in gergo tecnico si chiama exit, e i portafogli invecchiano, con gli asset che restano in pancia ai fondi molto più a lungo rispetto al passato. Gli investitori, quei soggetti istituzionali che conferiscono i capitali, non vedono rientrare i soldi, e il problema della liquidità, questa sorta di ingorgo finanziario, si fa ogni giorno più acuto. I fondi si trovano così a detenere un ammontare impressionante di asset non ancora dismessi, una cifra che si aggira intorno ai 3.800 miliardi di dollari, e le distribuzioni ai sottoscrittori sono al livello più basso degli ultimi quindici anni, con una flessione che perdura ormai da quattro esercizi consecutivi e che, per durata, supera quella seguita al tracollo del 2008 -4-7.

La nuova matematica delle operazioni e le sfide per i fondi

Ciò che emerge con chiarezza dall’analisi di Bain è che il contesto è radicalmente mutato rispetto a quello che gli operatori del settore hanno vissuto nel cosiddetto “decennio d’oro”, quel periodo compreso all’incirca tra il 2010 e il 2021 in cui tassi d’interesse prossimi allo zero e una costante espansione dei multipli di valutazione rendevano la crescita del valore delle aziende un obiettivo relativamente agevole. Oggi, con tassi di finanziamento che si aggirano tra l’8 e il 9 per cento e multipli di acquisto ai massimi storici, la leva finanziaria non può più supplire a eventuali carenze nella crescita organica. Iardella, nel corso della presentazione milanese, ha sottolineato come si assista a uno spostamento deciso verso quei settori che beneficiano di chiari macro-trend di lungo periodo, dalla digitalizzazione – con un crescente interesse per modelli asset light e ad alto potenziale di sviluppo – alla transizione ecologica, che continua a sostenere gli investimenti in infrastrutture ed efficienza energetica -1. È una selezione che premia la visione industriale e la capacità di trasformazione, in un’epoca in cui la “nuova matematica” delle operazioni richiede una crescita annuale dell’ebitda nell’ordine del 10-12 per cento per ottenere rendimenti paragonabili a quelli del passato, laddove un tempo ne bastava solo il 5 per cento -4. Una sfida complessa, che costringe i fondi a rivedere profondamente le proprie strategie di creazione del valore, spostando l’attenzione dalla pura ingegneria finanziaria allo sviluppo industriale concreto delle aziende in portafoglio.

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