Sanità pubblica al 6,2% del Pil, Italia ultima nel G7. Il gap con l’Europa è di 36 miliardi
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Redazione Interno
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La spesa sanitaria pubblica italiana continua a perdere terreno nel confronto internazionale, un dato che assume i contorni di una vera e propria emergenza strutturale in vista della prossima Legge di Bilancio. Nel 2025, secondo l’analisi della Fondazione Gimbe condotta sui dati Ocse, la percentuale del prodotto interno lordo destinata alla sanità pubblica è scesa al 6,2%, segnando un arretramento rispetto al 6,3% del 2024 e allontanando ulteriormente il Paese dalla media del 7,1% registrata sia nell’area Ocse sia tra i Paesi europei.
Questa flessione, apparentemente contenuta in termini decimali, si traduce in una distanza abissale se tradotta in termini di risorse pro-capite e di servizi erogati ai cittadini.
Il conto salato del sottofinanziamento
La fotografia scattata dalla Fondazione presieduta da Nino Cartabellotta è impietosa: in termini di spesa pro-capite, corretta per il potere d’acquisto, l’Italia spende 3.952 dollari per abitante, una cifra che è di 909 dollari inferiore alla media Ocse e di 1.013 dollari in meno rispetto alla media dei Paesi europei. Se si moltiplica questo differenziale per la popolazione residente, che supera i 59 milioni di italiani, il conto diventa drammatico e supera i 36 miliardi di euro.
Un divario che, di fatto, colloca il nostro Servizio Sanitario Nazionale non solo all’ultimo posto tra i Paesi del G7, ma anche in una posizione di retroguardia in Europa, dove vengono superati persino da Paesi come Repubblica Ceca, Slovenia e Polonia, mentre la Germania arriva a investire l’11% del proprio Pil.
Un declino iniziato oltre un decennio fa
Ciò che rende la situazione particolarmente critica, come sottolineato dallo stesso presidente della Fondazione Gimbe, è la natura strutturale e non congiunturale di questo sottofinanziamento. La forbice con il resto d’Europa non è una ferita aperta di recente, ma si è cominciata ad allargare a partire dal 2011, per effetto di una politica di tagli e definanziamenti che si è protratta ininterrottamente per quindici anni, attraversando governi di diverso orientamento politico.
Questo lento ma inesorabile processo di erosione ha ormai compromesso la capacità del sistema di garantire un diritto fondamentale come la salute, trasformando il problema da una mera questione contabile a una criticità che pesa sulle spalle dei cittadini e sulla tenuta delle Regioni, costrette a bilanciare l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza con la rigorosa gestione dei conti pubblici.
La manovra e la richiesta di risorse
Proprio alla luce di questi numeri, si inserisce la consueta, e per molti versi ormai rituale, partita che precede l’approvazione della legge di Bilancio. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha formalmente avanzato al collega dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, una richiesta di risorse aggiuntive per il 2027 che si aggira intorno ai 5 miliardi di euro, una cifra che servirebbe a tamponare le emergenze più immediate e a impedire un ulteriore arretramento del rapporto spesa/Pil.
L’obiettivo dichiarato dal ministro, come emerso dai primi confronti, sarebbe quello di evitare che il Fondo sanitario nazionale subisca una riduzione in termini percentuali rispetto al Pil, un traguardo che, per essere raggiunto, richiederebbe uno sforzo finanziario notevole, stimato in circa 4 miliardi in più rispetto allo stanziamento dell’anno in corso.
Le risorse sarebbero destinate con priorità al personale, con un piano straordinario di assunzioni per medici e infermieri, a un aumento delle retribuzioni per renderle più attrattive e a interventi mirati sulla prevenzione, sulla salute mentale e sul rilancio del territorio.
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