Il peso di un cognome: Manuela Villa e l’ombra del padre a "Domenica In"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’era una volta, e forse c’è ancora, una spaccatura familiare che il piccolo schermo, con la sua patina di celebrazione bonaria, non sempre riesce a ricucire. Ieri, domenica 15 febbraio, la puntata di “Domenica In” condotta da Mara Venier ha voluto rendere omaggio a Claudio Villa, il “reuccio” della canzone italiana, a cent’anni esatti dalla sua nascita. Un tributo doveroso, si potrebbe pensare, con lo studio di Rai1 trasformato in un salotto buono dove accogliere la vedova Patrizia Baldi e le figlie avute dal matrimonio, Andrea Celeste e Aurora. Tra un filmato d’archivio e una dichiarazione commossa, la trasmissione ha tessuto le lodi dell’artista, ripercorrendo la sua carriera e la sua vita privata, almeno quella ufficialmente riconosciuta per decenni. Eppure, ciò che è stato mostrato e ciò che è stato taciuto raccontano due versioni parallele della stessa storia, destinate a scontrarsi nell’arena, ormai consueta, dei social network. Perché accanto a quella famiglia legittima, ce n’è un’altra, quella di Manuela Villa e di suo fratello Claudio, la cui esistenza, sancita dalla Corte di Cassazione nel lontano 2004, sembra essere stata nuovamente, e dolorosamente, cancellata.
Il grido di Manuela tra le maglie della memoria selettiva
Manuela Villa, nata dalla relazione del cantante con la soubrette Noemi Garofalo, non ha nascosto il proprio sdegno. In un post affidato ai canali social, ha descritto la sensazione provata guardando la televisione: un brivido iniziale, quasi di commozione, nel sentire parlare di suo padre, subito sostituito da un senso di ribrezzo profondo. Un sentimento, quest’ultimo, scaturito dall’indifferenza con cui la trasmissione ha gestito la sua figura e quella di suo fratello, come se il loro legame di sangue con Claudio Pica – questo il vero nome dell’artista – fosse un dettaglio trascurabile, un ingombro del quale liberarsi in nome di una narrazione più lineare e rassicurante. “Quel fare finta di niente…”, ha scritto Manuela, “Quel desiderio di ‘speriamo che non esistano per nessuno e che nessuno si accorga di loro’”. Parole dure, che pesano come macigni e che arrivano dopo una vita passata a rivendicare un’identità. Una rivendicazione che non è mai stata solo anagrafica, ma anche e soprattutto affettiva e storica. La sua reazione non è scaturita solo dall’esclusione dal racconto televisivo, ma dalla sensazione che si stia cercando di riscrivere il passato, operando dei tagli che però, come lei stessa ha sottolineato, non possono cancellare la realtà dei fatti.
Il francobollo e la liberatoria: un retroscena che pesa
A rendere ancora più amaro il silenzio di “Domenica In” c’è un retroscena legato alle celebrazioni ufficiali del centenario. Manuela Villa ha svelato, sempre nel suo sfogo, che tutti gli eredi, indistintamente, erano stati chiamati a collaborare per un progetto istituzionale come l’emissione di un francobollo commemorativo dedicato a Claudio Villa. Una richiesta di liberatoria che li ha coinvolti nella scelta dell’immagine e persino nella selezione di una frase affettuosa da includere nel libretto esplicativo. Lei, animata dalla volontà di onorare la memoria del padre al di là di qualsiasi dissidio, aveva accolto con gioia la proposta, vedendola come un’opportunità per unire i due rami della famiglia in un gesto d’amore condiviso. E invece, il risultato finale è stato ben diverso. “Sbattuta in ultima pagina come ultimo punto e accapo”, ha denunciato, riferendosi probabilmente allo spazio riservato al suo contributo, quasi un post scriptum, un’aggiunta di cui si poteva fare a meno. Una metafora potente, quella dell’ultimo punto, che lui stesso ha voluto reinterpretare come “la continuazione di un grande e infinito amore”, trasformando un gesto di esclusione in un personale e silenzioso atto di presenza.
Una storia giudiziaria che parla chiaro: il verdetto della Cassazione
Per comprendere la portata della delusione di Manuela Villa, è necessario tornare indietro nel tempo, a una battaglia legale durata ventun anni. Claudio Villa, fino alla sua morte avvenuta nel 1987, non volle mai riconoscere i due figli avuti da Noemi Garofalo. Una scelta, quella del silenzio e del diniego, motivata forse dal timore di ripercussioni sulla sua immagine pubblica, quella del “reuccio” dalla vita irreprensibile. Ma la scienza e la giustizia, alla fine, hanno avuto la meglio sull’omertà. Le prove del DNA, incrociate con le lettere che il cantante scriveva alla Garofalo e con le testimonianze di chi lo vide provvedere al mantenimento dei bambini, hanno fornito un quadro inequivocabile. Così, nel 2004, la Corte di Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda, respingendo il ricorso della vedova Patrizia Baldi e delle figlie Andrea Celeste e Aurora, e sancendo definitivamente che Manuela e Claudio sono a tutti gli effetti figli di Claudio Pica, con il diritto di aggiungere al loro il cognome del padre. Una sentenza storica, che ha riconosciuto non solo un vincolo di sangue, ma anche il diritto a esistere nella storia familiare e pubblica dell’artista.
Ecco perché l’omissione televisiva di ieri assume i contorni di una ferita che si riapre. Manuela Villa, nella sua arringa social, ha lanciato un messaggio chiaro a Patrizia Baldi e alle sue sorelle: “Vi ricordo anche che amare Claudio Pica (nostro padre in arte Claudio Villa) vuol dire amare tutto di lui. Il prima, il mentre e il dopo”. Un monito a superare le divisioni del passato, a comprendere che l’eredità di un uomo, specialmente di un artista così amato, non può essere frammentata e gestita a compartimenti stagni. Il pubblico, che di quell’artista ha amato la voce e le canzoni, merita di conoscere la verità nella sua interezza, al di là di quelle che Manuela definisce “ipocrisie” e “falsità”. Un appello all’unità, forse, in un mondo che, come conclude lei stessa, tende a complicare anche le cose più semplici, come l’amore per un padre e il diritto di piangerlo pubblicamente.




