Torna a vedere dopo 5 anni: il primo autotrapianto dell'occhio apre una nuova frontiera

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Ritrovare la luce dopo oltre cinque anni di buio pesto, e poter distinguere non solo il bianco e nero ma anche i colori, è ciò che è accaduto a una donna di 67 anni operata presso l'ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino. Un intervento mai eseguito prima al mondo, un autotrapianto di strutture oculari che ha trasferito da un occhio all'altro il segmento anteriore e la porzione centrale della retina, conosciuta come macula, utilizzando tessuti che erano rimasti integri nonostante la cecità.

La paziente, che aveva perso la vista a causa di una lesione irreversibile del nervo ottico in un occhio, ha così potuto riacquistare la capacità visiva grazie ai tessuti dell'occhio che non poteva più inviare segnali al cervello, in un vero e proprio "trasloco biologico" che ha restituito funzione a un occhio altrimenti condannato all'oscurità.

I dettagli dell'intervento record alle Molinette

L'operazione, condotta dai chirurghi dell'ospedale torinese, rappresenta un unicum nella storia dell'oftalmologia: non si tratta di un trapianto da donatore esterno, bensì di un trasferimento di tessuti dallo stesso individuo, una soluzione che azzera il rischio di rigetto e che apre scenari inediti per la chirurgia oculare. La complessità dell'intervento ha richiesto una precisione estrema, dato che i chirurghi hanno lavorato su strutture delicate come la macula, fondamentale per la visione centrale e la percezione dei dettagli, e il segmento anteriore, che comprende cornea e cristallino.

A quasi tre settimane dall'operazione, i primi risultati hanno mostrato un recupero progressivo: dalla percezione iniziale della luce, la paziente è passata a distinguere forme in bianco e nero, fino a ricominciare a vedere i colori, un segnale che lascia ben sperare per il consolidamento della funzione visiva nel tempo.

Le reazioni della comunità scientifica e il monito della SOI

Se da un lato la notizia ha suscitato grande entusiasmo, alimentando speranze in migliaia di persone affette da gravi patologie oculari o dalla cecità, dall'altro la Società Oftalmologica Italiana (SOI) ha subito richiamato l'attenzione sulla necessità di rigore scientifico. In una nota ufficiale, la SOI ha guardato con favore al progresso della ricerca, ma ha sottolineato come un singolo caso, per quanto eclatante, non possa essere sufficiente a dimostrare l'efficacia e la riproducibilità della tecnica su larga scala.

I vertici della società scientifica hanno ribadito l'importanza di documentare il risultato con un livello di trasparenza e verifica indipendente adeguato all'importanza clinica della scoperta, per evitare di alimentare false aspettative e per garantire che il "miracolo" di Torino possa trasformarsi in un protocollo validato per il trattamento di altre patologie.

Un precedente a Roma con la cheratoprotesi

Il caso di Torino non è l'unico esempio di restituzione della vista che ha fatto parlare di sé in Italia. Poco prima, all'Ospedale dei Castelli di Ariccia, nella Regione Lazio, una paziente di 66 anni, Anna Maria De Luca, aveva riacquistato la vista dopo cinque anni di buio grazie a una tecnica diversa, nota come cheratoprotesi o osteocheratoprotesi.

L'intervento, eseguito dal dottor Franco Arrigoni, aveva previsto l'installazione di una cornea artificiale, un lenticolo ottico ancorato a un supporto osseo prelevato dalla tibia della paziente e ricoperto dalla sua stessa mucosa buccale per garantire una perfetta chiusura.

Una procedura lunga e complessa, articolata in quattro tempi chirurgici per un totale di 15 ore, che si inserisce nel solco di una tradizione italiana iniziata negli anni Sessanta con il professor Benedetto Strampelli e poi perfezionata dal professor Giancarlo Falcinelli, e che oggi posiziona il Lazio tra i pochi centri al mondo, insieme a India, Germania e Stati Uniti, in grado di eseguire questo tipo di intervento.

Mentre la scienza compie passi da gigante, la strada verso una cura definitiva per la cecità resta ancora lunga, e il confine tra speranza e realtà deve essere tracciato con il rigore della sperimentazione clinica e della verifica dei dati, per trasformare l'eccezione in regola e il sogno di riacquistare la vista in una possibilità concreta per molti.

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