Attacco al consolato israeliano a Istanbul, un morto e due fratelli in manette: la polizia turca li intercetta dopo gli spari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono bastati pochi secondi di fuoco, in una mattina di traffico e confusione nel cuore europeo di Istanbul, per trasformare il quartiere di Besiktas in un teatro di caccia all’uomo. Gli spari – secchi, ripetuti, in grado di far letteralmente gelare il sangue ai passanti – hanno riecheggiato proprio nei pressi del consolato israeliano, un edificio la cui sicurezza era già da tempo sotto i riflettori per le accese tensioni internazionali. E mentre la gente si gettava a terra o cercava riparo tra le auto in sosta, i responsabili hanno provato a dileguarsi tra le vie laterali, una fuga resa però vana dall’intervento immediato delle pattuglie. Secondo la nota diffusa dal ministero dell’Interno turco, aggiornata alla tarda mattinata di oggi, martedì 7 aprile, gli assalitori erano complessivamente tre e avevano noleggiato una vettura nella città di Izmit, probabilmente proprio per rendere più difficile ogni eventuale collegamento con la loro base operativa.

La dinamica dell’agguato e l’intervento delle forze dell’ordine

Le prime ricostruzioni, quelle ancora frammentarie che emergono dalle fonti di polizia e dalle emittenti locali come la Ntv, parlano di colpi d’arma da fuoco uditi in prossimità della sede consolare israeliana, sulla sponda europea della metropoli. Numerose volanti sono state inviate sul posto, una mobilitazione che ha finito per stringere in una morsa i fuggitivi. Di loro, uno è stato ucciso durante lo scontro a fuoco: si tratterebbe – sempre stando alla nota ufficiale – di un individuo «affiliato a un’organizzazione terroristica che strumentalizza la religione», sebbene il documento non fornisca nomi o sigle precise. Gli altri due, invece, sono stati feriti e poi arrestati; a quanto si apprende, si tratterebbe di due fratelli, circostanza che apre scenari inquietanti sul possibile reclutamento familiare all’interno di cellule estremiste. Nessuna rivendicazione immediata, per ora, ma l’attenzione degli inquirenti si concentra ora sui legami logistici e sui finanziamenti che hanno permesso ai tre di agire in un’area così sorvegliata.

Il contesto internazionale: l’ultimatum di Trump all’Iran e la crisi diplomatica

Difficile, in un simile frangente, non collegare l’attacco di Istanbul alla pressione crescente che gli Stati Uniti stanno esercitando su Teheran. Donald Trump, che ormai da più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca, ha scelto una conferenza stampa fiume per rilanciare la sua minaccia: l’Iran intero, ha detto, «potrebbe essere eliminato in una sola notte e questa notte potrebbe arrivare domani». Un avvertimento diretto che arriva al termine di una giornata densa di movimenti diplomatici, con una proposta – mediata da Pakistan, Egitto e Turchia – per un cessate il fuoco di 45 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il documento è stato recapitato sia a Washington che a Teheran, ma nel frattempo i riflettori si spostano anche sulle condizioni di salute della guida suprema iraniana, Ali Khamenei, che secondo alcuni media (e secondo fonti non ancora verificate) sarebbe in stato di incoscienza e in cura a Qom. La sovrapposizione di questi eventi – la sparatoria a Istanbul, l’ultimatum americano, il possibile vuoto di potere in Iran – disegna uno scenario in cui l’attacco al consolato rischia di diventare una miccia in una regione già surriscaldata.

Le indagini turche e il filo che lega Istanbul a Izmit

Gli investigatori turchi, dal canto loro, non hanno perso tempo. L’auto noleggiata a Izmit rappresenta un indizio cruciale: dimostra una pianificazione che non è stata improvvisata, bensì studiata nei minimi dettagli, con lo spostamento di uomini e armi da una città all’altra per evitare controlli preventivi. Il fatto che due degli assalitori siano fratelli, uno dei quali ucciso e l’altro ferito, suggerisce legami di sangue che spesso, in queste dinamiche, si rivelano più forti di quelli ideologici, o comunque li rafforzano. Due agenti di polizia sono rimasti feriti nello scontro, anche se le loro condizioni non sono state rese note in modo approfondito. La notizia diffusa anche da Vatican News conferma la morte di una persona nell’area di Besiktas, dove l’edificio consolare israeliano – vuoto o presidiato che fosse al momento dell’attacco – è tornato a essere simbolo di una vulnerabilità che nessuna barriera fisica sembra poter arginare del tutto.

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