Il primo soldato francese cade in Iraq, Macron: “Un attacco inaccettabile”
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Redazione Interno
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La notizia, giunta nella serata di ieri e confermata direttamente dall’Eliseo, ha gelato Parigi e riacceso le polveri di un conflitto mediorientale che sembra non conoscere più argini. Un sottufficiale francese, il maresciallo capo Arnaud Frion, appartenente al settimo battaglione cacciatori alpini di stanza a Varces, è stato ucciso in un attacco con droni contro la base militare di Mala Qara, situata a una quarantina di chilometri a sud-ovest di Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’attacco, avvenuto intorno alle 22:40 ora locale, non ha risparmiato altri membri del contingente: sei soldati sono rimasti feriti e, secondo le prime comunicazioni dello stato maggiore francese, si sta già organizzando il loro rimpatrio in Francia, mentre ricevono le cure del caso in strutture ospedaliere della zona.
Il presidente Emmanuel Macron ha rotto il silenzio con un messaggio pubblicato sulla piattaforma X, nel quale ha deplorato quanto accaduto definendolo “inaccettabile”. Il capo dello Stato francese ha tenuto a sottolineare come i militari transalpini si trovino in Iraq esclusivamente nell’ambito della Coalizione internazionale anti-Isis, missione nella quale sono impegnati dal lontano 2015, e ha voluto marcare con forza una distinzione netta tra quell’operazione di addestramento e lotta al terrorismo, da una parte, e il conflitto in corso tra Israele, Stati Uniti e Iran, dall’altra: “La guerra in Iran – ha scritto testualmente Macron – non può giustificare attacchi di questo tipo”.
La dinamica di quanto accaduto a Mala Qara, per quanto ancora al vaglio degli inquirenti militari, sembra riportare a una strategia ormai consolidata e ampiamente collaudata su vari teatri bellici. Due droni, verosimilmente degli Shahed di produzione iraniana, hanno preso di mira la struttura dove i francesi operano a fianco delle forze curde e irachene in funzione anti-jihadista. Nelle stesse ore, d’altronde, la base italiana di Camp Singara, situata nei pressi dell’aeroporto di Erbil e distante poche decine di chilometri dal compound francese, era stata fatta oggetto di un analogo attacco che, fortunatamente, non aveva provocato vittime né feriti tra i nostri connazionali, sebbene abbia causato un incendio e danni ad alcuni automezzi. Un’escalation, quella contro le postazioni della Coalizione, che aveva già visto nei giorni precedenti numerosi tentativi, per lo più neutralizzati dalle difese anti-aeree americane, ma che stavolta ha fatto registrare un salto di qualità in termini di letalità.
La rivendicazione e il contesto di scontro allargato
Nelle ore immediatamente successive all’attacco, un gruppo armato sciita filo-iraniano che si firma “Ashab al-Kahf” (la comunità della caverna) ne ha rivendicato la responsabilità, motivando l’azione come una risposta al dispiegamento della portaerei francese Charles de Gaulle nelle acque della regione. Questo gruppo, tra i tanti che popolano il complesso scacchiere iracheno, ha dichiarato che d’ora in avanti tutti gli interessi francesi nell’area saranno considerati obiettivi legittimi, gettando un’ombra inquietante sulla già precaria sicurezza dei contingenti europei. Non si tratta, infatti, di milizie iraniane in senso stretto, bensì di fazioni irachene armate e addestrate, vicine ai Pasdaran di Teheran, che godono di una certa libertà di movimento e che negli ultimi giorni hanno intensificato le loro azioni contro le basi occidentali in risposta ai raid dell’aviazione statunitense condotti nei pressi di Mosul e Kirkuk contro le loro stesse postazioni.
Il governo francese, attraverso la portavoce Maud Bregeon, ha parlato di “lutto nazionale” e di “solidarietà nazionale”, esprimendo un pensiero sincero per tutti i soldati dislocati in quell’area, uomini e donne che operano in condizioni difficili e che, nelle parole dell’esecutivo, “onorano la Francia e difendono i nostri valori al fianco dei partner”. Parigi, che ha circa quattromila militari dispiegati in una macro-area che va dal Mediterraneo al Golfo, con un rafforzamento recente che include una dozzina di navi da guerra, si trova ora a dover fare i conti con una nuova, tragica variabile: la trasformazione delle proprie basi, storicamente dedite alla lotta al terrorismo, in bersagli diretti di un conflitto più ampio che non hanno dichiarato e che vede contrapposti Stati Uniti e Israele da una parte e la Repubblica Islamica dall’altra.
Le reazioni istituzionali e il nodo della sicurezza dei contingenti
Il presidente Macron ha convocato per oggi pomeriggio un Consiglio di difesa straordinario, nel corso del quale verranno valutate non solo le eventuali risposte da mettere in campo, ma anche e soprattutto le misure necessarie per garantire l’incolumità dei militari ancora presenti in Iraq. L’Eliseo si trova in una posizione delicata, dovendo bilanciare la fermezza nella missione anti-Isis, che resta una priorità condivisa a livello internazionale, con l’esigenza impellente di proteggere le proprie truppe da un’escalation che appare fuori controllo. Il fatto che il soldato Frion sia il primo caduto francese dall’inizio della nuova guerra in Medio Oriente, scatenata dagli attacchi israelo-americani del 28 febbraio scorso contro l’Iran, rende la situazione ancor più spinosa e il dolore dell’opinione pubblica particolarmente acuto.
A rendere il quadro ancora più intricato è la natura stessa degli attaccanti, milizie che fino a pochi anni fa combattevano al fianco delle forze occidentali contro il nemico comune rappresentato dal sedicente Stato Islamico. Il paradosso, più volte evidenziato da analisti e diplomatici, è che gli stessi gruppi sciiti che oggi prendono di mira francesi, italiani e americani a Erbil, hanno combattuto spalla a spalla con i corpi speciali statunitensi per liberare Mosul e sconfiggere i jihadisti sunniti tra il 2016 e il 2017. Ora, complici le dinamiche dello scontro tra potenze regionali, quelle stesse alleanze sono state spazzate via e i contingenti europei si ritrovano nel mirino di una galassia armata ben equipaggiata e determinata a espellere ogni presenza straniera dal paese, vedendo nelle basi della Coalizione nient’altro che estensioni del potere militare di Washington.
Il peso della presenza occidentale e il rischio quotidiano
Il maresciallo capo Arnaud Frion, un quarantaduenne con una lunga esperienza alle spalle e una decina di operazioni all’attivo, è stato descritto dai suoi superiori come una persona estremamente competente, e la sua morte rappresenta un colpo durissimo per l’intero battaglione alpino e per le forze armate francesi. La base di Mala Qara, dove prestava servizio, si trova non lontano dall’aeroporto internazionale di Erbil, una struttura che nelle ultime settimane è stata bersaglio di numerosi tentativi di attacco, sventati in gran parte dai sistemi di difesa statunitensi. Tuttavia, l’abilità dei droni di volare a bassa quota per eludere i radar, tattica mutuata dal conflitto ucraino e perfezionata con i nuovi modelli di Shahed, ha permesso in questa circostanza di superare il cordone di sicurezza e centrare l’obiettivo.
L’Italia, dal canto suo, ha già avviato una parziale riduzione del proprio personale, con un centinaio di militari rientrati e una quarantina trasferiti in Giordania, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di un piano di evacuazione via terra, probabilmente attraverso la Turchia, per i circa centoquaranta soldati ancora presenti a Erbil, sottolineando come la base fosse stata avvisata già dalle 8:30 del mattino della possibilità di un attacco e come i protocolli di sicurezza abbiano retto, evitando una strage. Per la Francia, invece, la notte di giovedì ha segnato un doloroso record, con il primo sangue versato in questo nuovo, pericoloso capitolo della crisi mediorientale.
Ora, mentre a Baghdad e a Erbil si moltiplicano gli appelli alla calma e a Teheran si susseguono le dichiarazioni bellicose del nuovo guidizio supremo Mojtaba Khamenei, i governi europei sono chiamati a una riflessione profonda sul senso e sulla sostenibilità di una presenza militare in un territorio divenuto campo di battaglia per proxy war che non appartengono loro. Il rischio concreto è che basi nate per addestrare e stabilizzare si trasformino in trappole mortali, con soldati costretti a passare le notti nei bunker mentre intorno a loro il fuoco amico di ieri diventa il nemico di oggi. E per la Francia, che già conta quattromila uomini in regione, la domanda su come proteggerli senza abbandonare la missione diventa, ora più che mai, una questione di vita o di morte.




