L'ascesa e la caduta di Giancarlo Romano, boss mafioso di Palermo
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Redazione Interno
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Giancarlo Romano, un boss mafioso di 39 anni, è stato assassinato a colpi di pistola lunedì scorso, in via XXVII Maggio, allo Sperone. Romano era noto per la sua ammirazione per i padrini del passato e per la sua aspirazione a diventare un grande boss. La sua morte è il risultato di un delitto che ha le sue radici nella corruzione e nel degrado che, sebbene denigrava a parole, ha alimentato giorno dopo giorno.
Il blitz antimafia a Palermo
La Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ha delegato la Polizia di Stato all'esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 8 indagati. Gli accusati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, traffico di stupefacenti e detenzione illegali di armi. L'indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale di Palermo e condotta dalla Squadra Mobile e dalla locale Sisco, ha interessato il territorio di Brancaccio e le famiglie mafiose che compongono l'omonimo mandamento, Brancaccio, Roccella-Guarnaschelli e Corso dei Mille, delineando i nuovi assetti organizzativi delle compagini mafiose.
Le ideologie di Giancarlo Romano
Le ideologie di Giancarlo Romano sono state rivelate dalle intercettazioni captate dagli investigatori nell'ambito dell'inchiesta sul mandamento di Brancaccio. "Noi abbiamo degli ideali dentro, che non facciamo morire mai e noi preghiamo il Signore che certe cose non finiranno mai… noi siamo contro lo Stato, siamo contro la polizia", queste le parole di Romano, ucciso a colpi di pistola una settimana fa allo Sperone. Un capitolo dell'ordinanza di custodia è dedicata al suo profilo.




