Il Consiglio europeo di marzo si chiude con un sostanziale nulla di fatto tra crisi energetica e divisioni geopolitiche
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Redazione Esteri
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Le attese, per quanto flebili, si sono scontrate con una realtà fatta di immobilismo. Il Consiglio europeo che si è tenuto giovedì all’Europa Building era stato inizialmente pensato per rilanciare la competitività economica del blocco, un tema già di per sé scivoloso; ma la cronaca, come spesso accade, ha avuto la meglio sull’agenda, imponendo una discussione completamente dominata dall’emergenza internazionale e, in particolare, dal peso specifico delle decisioni che arrivano dagli Stati Uniti. L’esito, a conti fatti, è sostanzialmente impalpabile: un’analisi che restituisce il senso di una riunione in cui la speranza di trovare una quadra si è dovuta scontrare con l’evidenza di un’Europa che, ancora una volta, subisce le crisi più di quanto le governi.
Il prezzo dell’energia e lo spettro di una dipendenza strutturale
Il nodo più urgente, quello attorno al quale si è giocata gran parte della partita, è stato senza dubbio l’energia. La chiusura di fatto dello stretto di Hormuz – un passaggio cruciale per le forniture globali – ha già innescato un meccanismo perverso di rincari su petrolio e gas, con effetti immediati che rischiano di ripercuotersi come un’onda d’urto sull’economia europea. A fronte di questo scenario, le dichiarazioni di Ursula von der Leyen al termine dei lavori hanno delineato una strada che, per quanto chiara nelle intenzioni, appare irta di ostacoli operativi. La presidente della Commissione ha parlato della necessità di aggiornare il meccanismo Ets, sottolineando come questo sistema abbia finora dimostrato di funzionare nel ridurre i consumi di gas e la vulnerabilità generale. Ma ha anche messo il dito sulla piaga delle tassazioni nazionali sull’elettricità, giudicando “inaccettabile” che in alcuni Stati membri le imposte sul kilowattora siano più alte di quelle sul gas fossile, un’anomalia che si intende correggere proponendo un alleggerimento fiscale mirato.
A dare peso a queste preoccupazioni ci hanno pensato i numeri. Secondo gli ultimi dati Eurostat pubblicati nel report “Energy Europe 2026”, il mix energetico dell’Unione continua a essere fortemente sbilanciato sui combustibili fossili: i prodotti petroliferi rappresentano ancora il 38% dell’energia disponibile, mentre il gas naturale si attesta al 21%. Un dato, quest’ultimo, che diventa ancora più significativo se letto in parallelo con quello della dipendenza estera: solo il 43% dell’energia consumata nell’Ue viene prodotto al suo interno, mentre il restante 57% arriva da Paesi terzi. Una fotografia, quella scattata da Eurostat, che evidenzia una fragilità di fondo difficile da colmare con interventi tampone.
Il peso della geografia: tra Medio Oriente e il ruolo di Trump
Se il caro energia è il sintomo, la causa va ricercata in un quadro geopolitico che si è fatto improvvisamente incandescente. Il conflitto in Medio Oriente prosegue ad alta intensità e le sue ripercussioni hanno finito per catalizzare l’attenzione dei leader, mettendo in ombra persino il focolaio ucraino che pure rimane aperto. La risposta europea, in questo contesto, ha evidenziato una linea di faglia profonda, non solo nei confronti degli attori esterni ma anche all’interno dell’alleanza atlantica. Con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno assunto una postura che molti Stati membri hanno faticato a seguire. La richiesta americana di un impegno navale diretto nel Golfo per riaprire le rotte marittime è stata accolta con un sostanziale rifiuto: l’idea di inviare navi da guerra nella regione è stata accantonata, con la volontà dichiarata di non voler essere trascinati in un conflitto che, come ha osservato il premier olandese, “non è una guerra a cui apparteniamo”.
Questa distanza ha acuito le tensioni. Le parole di Trump, che ha ventilato l’ipotesi di rivedere l’impegno nella Nato se gli alleati non avessero fornito un supporto più concreto, hanno rappresentato una scossa per un’Europa che già doveva fare i conti con l’instabilità delle catene di approvvigionamento. La crisi di Hormuz, insomma, ha fatto da amplificatore a un’altra crisi, quella della fiducia reciproca, lasciando i Ventisette in una posizione scomoda: costretti a subire le conseguenze economiche di una guerra a cui non partecipano direttamente, ma dalla quale non possono permettersi di rimanere estranei.
Le divisioni interne e il nodo delle forniture russe
Sullo sfondo, ma con la capacità di influenzare ogni altra variabile, rimane la questione della frammentazione interna. L’immobilismo emerso dal Consiglio non è solo il frutto di una reazione tardiva agli eventi mediorientali, ma anche la conseguenza di veti incrociati che da mesi paralizzano decisioni cruciali. Il caso più emblematico è quello del mancato sblocco dei fondi destinati a Kiev: un prestito da 90 miliardi di euro, concordato a dicembre, rimane bloccato a causa delle resistenze di Budapest, che lega il via libera alla riparazione di un oleodotto fondamentale per le proprie forniture. Un braccio di ferro che, secondo le testimonianze raccolte al termine del vertice, ha generato un clima di “critiche durissime” nei confronti del primo ministro ungherese, senza però che si sia riusciti a trovare una soluzione alternativa.
In questo quadro di crescente disunione, il dibattito sulle forniture energetiche dalla Russia ha riaperto vecchie ferite. Mentre da un lato si parla di accelerare la transizione verso le rinnovabili – che già nel 2024 rappresentavano il 48% della produzione interna europea -7 – dall’altro l’ipotesi di allentare le sanzioni o di rivedere il divieto d’importazione del gas russo torna a farsi strada come un’ombra scomoda. Alcuni Paesi, come la Germania, hanno escluso categoricamente un ritorno al passato, sostenendo che riallacciarsi a Mosca significherebbe affidarsi a una fonte insicura e sostenere economicamente uno Stato in guerra. Ma la pressione esercitata dal caro bollette, unita alla difficoltà di reperire alternative sul mercato globale, rende questa posizione sempre più difficile da difendere in modo unanime.




