Esplode la rabbia contro Macron e l'estrema sinistra gli fa un favore
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Redazione Esteri
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La Francia, da sempre considerata lo stomaco più delicato d'Europa per la sua propensione alla protesta, è nuovamente paralizzata da un'ondata di manifestazioni il cui slogan, «Bloquons tout», tradisce un'ira radicale e una volontà di ostruzionismo totale. Mentre il nuovo primo ministro Sébastien Lecornu, descritto da alcuni osservatori come il «condensato vivente di tutti gli errori» commessi da Emmanuel Macron, si insediava a Matignon, il paese è stato scosso da circa 550 cortei e 262 blocchi stradali che hanno coinvolto trasporti, scuole e persino ospedali.
La tensione, che in alcuni frangenti ha richiamato alla memoria gli scontri di piazza Syntagma ad Atene nel 2015, è sfociata in tafferugli e momenti di forte tensione, con episodi di violenza che hanno portato all'arresto di 473 persone, al ferimento di 13 agenti e al verificarsi di 267 incendi. La furia dei manifestanti, mediamente più giovani e istruiti rispetto ai «gilet gialli» delle precedenti tornate, sembra muoversi su un duplice binario: da un lato rivendica miglioramenti concreti in settori chiave come la sanità e l'istruzione, dall'altro esprime una sfiducia totale e assoluta verso le istituzioni e l'operato dell'Eliseo.
Il ministro dell'Interno ha denunciato senza mezzi termini le infiltrazioni nel movimento da parte del partito di Jean-Luc Mélenchon, attribuendo alla sinistra radicale una regia occulta degli episodi più gravi. Una lettura che, se da un lato mira a criminalizzare una parte della protesta, dall'altro finisce paradossalmente per avvantaggiare Macron, dipingendo l'opposizione come violenta e illegittima. Gli stessi organizzatori delle proteste hanno preso le distanze dagli scontri, lamentando come il loro messaggio originario sia stato «tradito» da frange estremiste.




