Ibra, una macchietta in dirigenza: il Milan tra caos e nuovo corso
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Redazione Sport
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L’analisi, firmata da Daniele Dallera sulle colonne del Corriere della Sera, non concede attenuanti: Zlatan Ibrahimovic, da leader carismatico sul rettangolo verde, si è trasformato in una comparsa inconsistente una volta seduto dietro la scrivania. “Ibra deve smettere di fare Ibra”, scrive il giornalista, “soprattutto deve imparare un mestiere, quello di manager, dirigente, come minimo del consulente (tecnico). Del Milan finora è stata una macchietta”.
Un giudizio, questo, che risuona come una bocciatura senza appello in un momento delicatissimo per le sorti del club rossonero, scosso dalle dimissioni in massa dei suoi vertici.
La stoccata del giornalista arriva nei giorni convulsi successivi alla mancata qualificazione in Champions League, un traguardo che la proprietà rappresentata da Gerry Cardinale aveva indicato come l’obiettivo imprescindibile della stagione.
La sconfitta interna contro il Cagliari ha infatti trasformato il cammino del Milan in un “fallimento senza equivoci”, innescando una reazione a catena ai piani alti della società.
Per Dallera, il paradosso è evidente: affidarsi a Ibra per la rinascita, in teoria, non sarebbe un brutto punto di ripartenza visto che l'ex attaccante ha il calcio nel sangue, ma nella pratica l’ex fuoriclasse non ha fatto altro che alimentare una guerra interna, in particolare nei confronti dell’allenatore Massimiliano Allegri, con il quale – stando a quanto ricostruito – ci sarebbe quasi stato un contatto fisico, un parapiglia placato solo dall’intervento del direttore sportivo Igli Tare.
La scure di Cardinale e i nodi della panchina
Proprio Tare, insieme allo stesso Allegri, all’amministratore delegato Giorgio Furlani e al direttore tecnico Geoffrey Moncada, è finito vittima di un epurazione totale voluta dal fondo RedBird Capital Partners. Di quella vecchia guardia, che doveva traghettare il club verso il ritorno nell’élite europea, non è rimasto nessuno eccetto lo svedese. Una scelta, quella di tenere in piedi solo Ibra, che solleva più di qualche perplessità osservando il suo operato fin qui.
“Cosa ha fatto come consulente?”, si chiede retoricamente Dallera, sottolineando come il suo ruolo non sia stato né positivo né costruttivo, limitandosi a intervenire solo nell’atto finale del licenziamento collettivo.
Mentre la proprietà rimane a Milano per le consultazioni del caso, Ibrahimovic è stato incaricato di trovare un nuovo profilo per la panchina. La pista più calda porta a Andoni Iraola, tecnico basco reduce da un’ottima stagione col Bournemouth. Tuttavia, l’operazione non è semplice: il tecnico si trova davanti a un bivio molto concreto che lo vede conteso dal Milan e dal Crystal Palace, decisione attesa tra venerdì e sabato.
La sensazione, leggendo il reportage dell’inviato, è quella di una certa frenesia: la ricerca del nuovo allenatore si intreccia pericolosamente con l'assenza di una dirigenza stabile alle sue spalle, considerando che mancano anche un direttore sportivo e un nuovo assetto societario.
Confusione e nuovo ruolo da shareholder
La parola che meglio descrive l’atmosfera in via Aldo Rossi è “confusione”. A certificarlo è l’analisi del momento che definisce l’aria che tira in casa Milan come un caos totale, dove non ci sono né capo né coda e dove i tempi e i modi della ricostruzione appaiono quantomeno discutibili. In questo vuoto di potere, Ibrahimovic emerge come l’unico superstite, colui che guiderà il cambiamento con un nuovo allenatore.
Tuttavia, la sua posizione contrattuale è particolare: non essendo un dipendente diretto del Milan, ma lavorando direttamente per RedBird Capital, lo svedese non poteva tecnicamente nemmeno essere licenziato dal club. Un dettaglio non secondario, che lo pone in una posizione di forza unica nel consiglio direttivo.
A blindare ulteriormente la sua posizione, ci sarebbero interessi economici che vanno oltre il semplice stipendio da consulente. Ibra non è pagato dal Milan, ma percepisce un compenso direttamente dal fondo americano come "Senior Advisor", e secondo indiscrezioni riportate dalla Gazzetta, potrebbe addirittura detenere delle quote di RedBird, un’opzione che era stata in passato rifiutata da Paolo Maldini. La sua permanenza, quindi, è legata a doppio filo con gli equilibri di potere del fondo statunitense.
In attesa di scoprire se Iraola accetterà o meno la destinazione italiana, l'ex attaccante dovrà dimostrare di saper fare non più il fenomeno, ma il costruttore.




