Milan e Juve, l’estate dei veleni: a Milano il caos targato Ibra, a Torino il silenzio di Elkann

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Nel calcio che conta, quello delle pulsioni immediate e delle scelte di potere, la pazienza non è mai stata una virtù particolarmente coltivata. E così, mentre a Milano il caos sembra aver preso in affitto una stanza in via Aldo Rossi senza alcuna intenzione di lasciarla, a Torino si respira un’aria diversa, fatta di attese cariche di tensione e di silenzi che pesano come macigni. Il giornalista Enzo Bucchioni, intervenuto ai microfoni di TMW Radio, ha provato a mettere un po’ d’ordine in questo delirio estivo, partendo dai bianconeri per poi concentrarsi sul disastro rossonero.

Quello che emerge – e non è certo una novità – è il ritratto di due giganti del nostro calcio alle prese con crisi di identità profonde, seppur per ragioni diametralmente opposte. Da una parte c'è l'ingombrante presenza di Zlatan Ibrahimovic, descritto come una sorta di Jep Gambardella, l'affascinante e cinico protagonista de "La Grande Bellezza", uno che non vuole il potere per gestire, ma per assistere al naufragio altrui; dall'altra, invece, troviamo l'apatia di una proprietà, quella di Elkann, che per ora si è limitata a guardare, senza ancora affondare il colpo.

Il fantasma di Rangnick e l'effetto Spalletti

Partiamo dalla Continassa, dove la situazione è apparentemente meno esplosiva rispetto a Milano, ma non per questo meno intricata. Le frizioni interne, stando a quanto riportato da Bucchioni e confermato da numerose ricostruzioni stampa, sono all'ordine del giorno. In particolare, il nodo da sciogliere riguarda la convivenza – sempre più difficile – tra l'amministratore delegato e l'allenatore. Se la situazione rimane questa, segnata da continui attriti, non potrà certo durare a lungo.

Tra l'altro, e non è un dettaglio da poco, i protagonisti di questo scontro sono personaggi di spicco, dotati di personalità debordanti; in primis, Luciano Spalletti. Il tecnico di Certaldo non è certo uno che si adatta passivamente alle direttive altrui: è stato chiamato per imporre il proprio calcio e, di conseguenza, la società deve metterlo nelle condizioni di esprimersi al meglio. La richiesta di maggiore autonomia gestionale da parte del tecnico non è più una semplice indiscrezione, ma un vero e proprio ultimatum lanciato alla dirigenza. E qui entra in gioco il fattore Elkann.

Il patron, finora, non ha ancora preso una posizione netta, lasciando che il tempo – nemico storico di questi ambienti – scorresse senza apportare correttivi. C'è chi parla di un progressivo disinvestimento emotivo da parte di Exor, distratta dalle dinamiche americane e dalle frequentazioni con i big tech; ciò che è certo, però, è che questo silenzio assordante rischia di logorare ulteriormente un ambiente già provato dalle difficoltà della scorsa stagione.

L’azzeramento e l’ombra di Ibra a Milano

Se a Torino il problema è la staticità, a Milano il problema è l'implosione. La recente storia del Milan sta vivendo una fase di rara intensità distruttiva. Dopo la mancata qualificazione in Champions League – evento che ha fatto scattare il meccanismo della “clausola di fallimento” – la proprietà RedBird ha deciso per il licenziamento in tronco dell'intera area tecnico-sportiva. Parliamo di un esodo di massa: Massimiliano Allegri, Igli Tare, Giorgio Furlani e Geoffrey Moncada hanno ricevuto il benservito.

Un'operazione di pulizia radicale che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto sancire l'inizio di una nuova era. In realtà, quella che si è aperta è una voragine. Al momento, il Milan non esiste, o meglio, esiste solo come campo di battaglia. Al centro di questa guerra di potere campeggia la figura di Zlatan Ibrahimovic. Il senior advisor di RedBird, lungi dall'essere un semplice consulente decorativo, reclama la sua fetta di torta. Il paragone con Jep Gambardella è calzante: non gli interessa gestire la festa, vuole essere colui che decide quando e come farla finire.

Ma c'è un dettaglio non da poco: come scrive chi segue il club, "non è chiaro se abbia la patente". La sua influenza, però, è innegabile. Secondo le ultime indiscrezioni, Ibra starebbe spingendo per un ticket tutto suo, composto da Arne Slot in panchina e Ramon Planes come ds, entrambi legati alla potente procuratrice Rafaela Pimenta. Dall'altra parte della barricata, invece, c'è la linea imposta da Massimo Calvelli e avallata da Cardinale, che vede come plenipotenziario assoluto Ralf Rangnick, affiancato in panchina da Oliver Glasner. Due visioni opposte che si stanno annientando a vicenda.

Il nodo delle competenze e l’estate dell’immobilismo

In questa fase estremamente delicata, una domanda ha la precedenza su tutte le altre: più importante del nome dell'allenatore, più importante del profilo del nuovo direttore sportivo, c'è il dubbio atroce sul peso specifico di Zlatan. I recenti rifiuti eccellenti (si parla di Xavi e Iraola) hanno dimostrato che il solo blasone del Milan non basta più. I grandi professionisti chiedono progetti, strutture e, soprattutto, chiarezza. E la chiarezza, in questo momento, è merce rarissima.

Sembra quasi che il senior advisor, che a breve partirà per gli Stati Uniti per commentare i Mondiali per Fox Sports, voglia mantenere il controllo senza però sporcarsi le mani nella gestione quotidiana. L'impressione è che il Milan stia vivendo un'estate di fuoco, ma per ora si è scottato solo da solo. Il rischio, concreto, è che mentre le due fazioni litigano per la poltrona, la pianificazione della nuova stagione vada a rotoli.

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