La tregua umanitaria in Sudan dopo la caduta di al-Fashir
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Redazione Esteri
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La guerra in Sudan, che infuria senza sosta da oltre due anni, conosce una pausa, almeno sulla carta, mentre il fumo degli scontri si dirada sulla città di al-Fashir. Le Forze di Supporto Rapido, il potente gruppo paramilitare in conflitto con l’esercito regolare sudanese, hanno dichiarato pubblicamente di aver accettato la proposta di una tregua umanitaria avanzata dal cosiddetto Quad, un consesso di mediatori internazionali che include Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Un’annuncio, questo, che giunge a poco più di una settimana dalla conquista, da parte delle milizie, dell’ultima roccaforte militare nel Darfur settentrionale, un obiettivo strategico che era sotto assedio da oltre diciotto mesi e la cui caduta, accompagnata da un’ondata di violenze la cui crudeltà è stata amplificata dalla diffusione sui social, ha segnato un momento cruciale nel conflitto.
Il contesto strategico dopo la battaglia
La presa di al-Fashir, sebbene rappresenti una vittoria di portata simbolica e militare per le Rsf, eredi delle temute milizie Janjaweed, non sembra aver alterato gli equilibri di fondo dello scontro, che continua a vedere l’esercito regolare e i paramilitari contendersi il controllo del paese. La brutalità con cui si è consumata l’offensiva finale, tuttavia, ha offerto un monito chiaro sulle modalità, spesso spietate, con cui vengono ridefiniti i poteri nel nuovo scenario multipolare, dove gli attori locali agiscono con un margine di autonomia sempre maggiore. La decisione di aderire al cessate il fuoco, come affermato dalle stesse Rsf in un comunicato, è stata presa “in risposta alle aspirazioni e agli interessi del popolo sudanese”, una mossa che, al di là delle dichiarazioni di facciata, risponde anche a calcoli politici precisi nel dopo-conquista.
I mediatori e le ombre sulle alleanze
Il percorso che ha portato a questo fragile accordo è stato promosso dagli stessi paesi che da anni tentano, senza successo duraturo, di trovare una soluzione negoziata alla crisi. Tra di essi, spiccano gli Emirati Arabi Uniti, un attore regionale la cui influenza è stata più volte messa in discussione; il governo sudanese, infatti, ha accusato apertamente Abu Dhabi di fornire supporto, incluso la vendita di armi, proprio alle Forze di Supporto Rapido, gettando un’ombra di ambiguità sul ruolo di mediatore e sulle reali intenzioni delle parti in gioco. Questa duplicità di posizioni, peraltro, non fa che complicare un quadro diplomatico già di per sé intricato, nel quale gli interessi geopolitici si intrecciano con le sofferenze della popolazione civile.
Una tregua in un panorama di violenza
L’accettazione della tregua umanitaria, per quanto cruciale per permettere l’ingresso degli aiuti in regioni stremate dalla guerra, si inserisce in un contesto dove la violenza è ormai la norma. Il conflitto, scoppiato nel 2023, ha lasciato dietro di sé una scia di distruzione e di morti, con episodi, come quelli recenti nel Darfur, che riecheggiano i massacri del passato. Sebbene l’attenzione si concentri ora sulla possibile applicazione del cessate il fuoco, la conquista di al-Fashir rimane un fatto compiuto che pesa come un macigno sulle prospettive di pace, dimostrando come la forza delle armi continui a prevalere sulla diplomazia in un paese lacerato.




