Crisi umanitaria in Sudan, la caduta di Al-Fashir rischia di innescare una escalation

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le immagini satellitari, che mostrano pozze di sangue e cumuli di cadaveri nella polvere della savana, confermano con un'evidenza brutale quanto già trapelava dai social media: Al-Fashir, l'ultimo baluardo delle forze armate sudanesi nel Darfur, è caduta sotto il controllo delle milizie delle Rapid Support Forces. La presa della città, che era assediata da oltre un anno e mezzo, segna una svolta potenzialmente decisiva in un conflitto che, stando alle stime, ha già causato un prezzo umano spaventoso, con oltre centocinquantamila morti e circa quattordici milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case. La conquista, oltre a scatenare una nuova ondata di violenze immediate, libera infatti ingenti forze paramilitari, le quali potrebbero ora volgersi verso altre regioni del paese, come il Kordofan del Nord, ampliando ulteriormente il raggio della guerra civile.

Le atrocità documentate

La caduta di Al-Fashir è stata accompagnata da atrocità di una crudeltà inaudita, alcune delle quali meticolosamente documentate da video girati e diffusi dagli stessi miliziani. In una di queste riprese, la cui autenticità è stata analizzata, si sentono le voci degli aggressori mentre interrogano dei civili disarmati, intenti a trasportare generi di prima necessità come farina e pasta; la scena, che si conclude con una raffica di mitra esplosa contro gli uomini in una fossa, è solo un frammento di un più ampio massacro di massa che le autorità internazionali stanno cercando di ricostruire. Questi episodi, che le Nazioni Unite non esitano a definire esecuzioni su base etnica, riportano alla memoria gli orrori del genocidio in Darfur di inizio millennio, da cui peraltro le stesse Rsf, nate dalle milizie Janjaweed, traggono la loro origine.

La prospettiva strategica e il rischio di frammentazione

Secondo l'analisi di esperti come Raffaelli, il successo militare delle Rsf ad Al-Fashir non implica necessariamente una stabilità duratura per il controllo del territorio. Se da un lato, infatti, la vittoria fornisce ai paramilitari una spinta operativa notevole, permettendo loro di dirottare uomini e mezzi verso nuovi fronti, dall'altro la prospettiva di una partizione del paese appare tutt'altro che certa nel medio termine. Il conflitto, che oppone principalmente le Rsf guidate da Hemedti all'esercito regolare sudanese, rischia così di trasformarsi in una guerra di logoramento ancora più estesa e frammentata, con conseguenze umanitarie che sono già definite catastrofiche. In questo quadro, l'Onu lancia l'allarme per circa centotrentamila minori, esposti a rischi immediati per la loro sopravvivenza e sicurezza.

Una crisi senza fine

Mentre le organizzazioni umanitarie faticano a raggiungere le popolazioni colpite, bloccate da un assedio che ha reso quasi impossibile qualsiasi forma di approvvigionamento, la situazione nel Darfur del Nord rimane drammaticamente fluida. La conquista della città non ha portato la pace, ma una diversa, e forse più pericolosa, configurazione del conflitto, dove le violenze etniche si intrecciano inestricabilmente con le strategie militari e le ambizioni di potere. Le strade sgangherate di Al-Fashir, che hanno visto l'ultimo massacro, sono oggi il simbolo di una nazione sull'orlo del collasso, dove la linea tra combattenti e civili si è del tutto dissolta, lasciando spazio a un orrore che non conosce limiti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.