Ferrari Luce, il debutto romano del 25 maggio e l’abitacolo firmato LoveFrom tra alluminio riciclato, vetro Gorilla e la chiave e-ink che cambia colore
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Non capita tutti i giorni, nella pur sterminata epopea del Cavallino, che una vettura venga concepita tenendo lo sguardo fiso sugli anni Cinquanta ma le mani — e le dita, e i polpastrelli — saldamente ancorate al tatto, al feedback meccanico, a quella che un tempo si chiamava fisicità del comando. La Ferrari Luce, prima elettrica nella storia di Maranello, sarà svelata al pubblico il 25 maggio a Roma, e la data non è affatto casuale: proprio il 25 maggio del 1947 la 125 S colse il primo successo al Gran Premio di Roma, Franco Cortese al volante, e quella coincidenza temporale i vertici della società hanno voluto trasformarla in una dichiarazione d’intenti -4-7-10. Perché la Luce, spiegano da Maranello, non è un mero adempimento normativo né una conversione forzata all’elettrico, bensì il tentativo — per molti versi radicale — di riportare la sostanza del gesto al centro dell’esperienza di guida, anche quando sotto il cofano (ma sarà meglio dire sotto il pavimento) pulsano batterie da 122 kWh e una potenza complessiva che in modalità Boost supera i mille cavalli -3-6.
È a San Francisco, però, che il progetto ha preso forma. Lě, nei laboratori di LoveFrom, il collettivo fondato da Jony Ive e Marc Newson, da oltre cinque anni si lavora gomito a gomito con il centro stile Ferrari guidato da Flavio Manzoni, e il risultato di questa osmosi tra Silicon Valley ed Emilia è un abitacolo che volta deliberatamente le spalle alla dittatura del touchscreen -2-5. Ive, che di professione ha ridefinito il rapporto tra utente e oggetto digitale, ha scelto per la Luce una strada controcorrente: niente display colossali che divorano la plancia, nessuna funzione sepolta in sottomenu a sfioramento. Al contrario, il pilota trova davanti a sé una profusione di comandi fisici — pulsanti in vetro ceramico, levette in alluminio anodizzato, interruttori a bilanciere — ciascuno dei quali è stato calibrato sui banchi prova insieme ai collaudatori della Casa, talvolta superando venti iterazioni per affinare la corsa di un interruttore o il suono secco di uno scatto -2-6-9.
Prendiamo il volante, per esempio. Ispirato al Nardi in legno a tre razze degli anni Cinquanta, è interamente fresato dal pieno con tecnologia Cnc e realizzato in alluminio riciclato al cento per cento, particolare non da poco in un’epoca che pretende sostenibilità senza però volerla vedere esibita con enfasi -2-6. Pesare quattrocento grammi in meno di un volante tradizionale Ferrari significa che ogni grammo risparmiato è stato letteralmente cavato via dal metallo, lasciando le razze scoperte, prive di rivestimento, quasi fossero uno scheletro portato a vista. Sulla corona trovano posto due moduli di comando analogici che richiamano le monoposto di Formula 1, e non c’è funzione che non abbia un corrispettivo tattile: la manopola per il manettino, i tasti per le frecce, persino il clacson hanno una loro consistenza, una durezza calibrata, un punto di pressione oltre il quale avviene l’innesco -2-6.
E poi c’è il Binnacle, il quadro strumenti montato direttamente sul piantone dello sterzo, che segue l’inclinazione del volante e con esso ruota, garantendo visibilità totale anche nelle impostazioni di guida più estreme -3-6. Sotto il profilo tecnologico è un piccolo gioiello di microingegneria, perché la superficie che si para davanti agli occhi del guidatore è in realtà un sandwich di display Oled sviluppati con Samsung Display: due pannelli sovrapposti, il primo dei quali presenta tre aperture circolari protette da lenti in vetro chiaro che lasciano intravedere le informazioni generate dal display sottostante -2-6-9. Effetto tridimensionale, profondità di campo, un’estetica che ibrida il cronografo di lusso e la strumentazione aeronautica, e tutto questo senza rinunciare alla leggibilità immediata della velocità, del contachilometri, dello stato di carica.
Quanto alla chiave, gli ingegneri di Corning hanno fornito un pannello in vetro Fusion5 che inra un display a inchiostro elettronico, lo stesso principio dei Kindle, capace di consumare energia soltanto quando l’immagine muta -1-2-5. Si inserisce nell’apposita cavità del tunnel centrale, e a quel punto il colore della chiave passa dal giallo al nero mentre l’intera plancia prende vita in una sequenza luminosa studiata nei minimi dettagli: non è solo accensione, è un rito. Anche il selettore del cambio è in vetro, e per ottenere la grafica retroilluminata visibile sulle sue superfici è stato necessario praticare con il laser migliaia di fori larghi la metà di un capello umano, riempiendoli poi di inchiostro con una precisione che rasenta l’oreficeria -2-6.
Se poi si guarda al Multigraph integrato nel display centrale, si scopre un movimento orologiero a tre motori indipendenti: le lancette in alluminio anodizzato si muovono su quadranti minimali protetti dallo stesso vetro Gorilla, e possono trasformarsi in orologio, cronometro, bussola o indicatore per il Launch Control a seconda delle preferenze del conducente -2-6-8. Il tutto incorniciato da anelli torniti e da una tipografia sviluppata appositamente per l’occasione, un font che attinge alla grafica dei cantieri navali e ai vecchi manuali d’officina italiani, e che proprio per questo appare familiare senza esserlo mai stato prima.
Ferrari, nel frattempo, ha voluto dissipare ogni possibile equivoco sulla strategia commerciale. Benedetto Vigna, amministratore delegato, nel corso della conference call sui risultati del quarto trimestre 2025 è stato netto: nessun cliente sarà mai obbligato ad acquistare una Luce pur di mettere le mani su una serie speciale o su una riedizione limitata -4-10. Sarebbe l’errore più grande, ha detto, costringere la propria clientela a comprare qualcosa che non desidera, e del resto l’ordine già ricco — la produzione è tecnicamente satura fino a fine 2027 — suggerisce che la prima Ferrari a batteria non avrà bisogno di artifici per trovare acquirenti -4-7. Quanto al prezzo, le indiscrezioni lo collocano sopra la soglia dei cinquecentomila dollari, ma la Casa per ora tace, rimandando ogni comunicazione ufficiale al termine del processo di svelamento che culminerà, appunto, nella capitale il 25 maggio -4-6.
Luce e l’ombra lunga di Hiroshima: quando il nome attraversa i continenti
C’è un’altra storia, però, che merita di essere raccontata. Ferrari ha battezzato la sua prima elettrica con un vocabolo italiano carico di suggestioni, Luce, eppure sui dizionari automobilistici quella stessa parola è già incisa da decenni. Fu la Mazda, infatti, a utilizzare per prima la denominazione Luce, e lo fece a partire dal 1966, quando ancora Hiroshima si affacciava timidamente sul mercato delle berline -3. Quella Luce giapponese, che da noi venne commercializzata anche con i nomi 1500, 1800 o successivamente Mazda 929, non aveva nulla di elettrico né tantomeno l’ambizione di competere con i V12 di Maranello: era una tranquilla ammiraglia a motore anteriore, destinata a un pubblico perbene e priva di velleità corsaiole. Oggi le due Luce convivono nel medesimo firmamento, l’una memoria di un Giappone che si affacciava al miracolo economico, l’altra bandiera della transizione europea, ed è curioso notare come entrambe, a distanza di sessant’anni, condividano l’idea che il nome debba evocare una condizione quasi poetica prima ancora che tecnica.
La materia come racconto: alluminio riciclato e vetro da levigatura chirurgica
I designer di LoveFrom hanno operato una scelta precisa quando hanno deciso che l’alluminio utilizzato per i componenti strutturali — razze del volante, cornici del Binnacle, pulsanti del tunnel — dovesse essere interamente riciclato, ma senza che questo comportasse alcun compromesso estetico -2-6. I semilavorati vengono fresati dal pieno con macchine a controllo numerico a tre o cinque assi, poi sottoposti a un processo di anodizzazione che genera in superficie una microstruttura a esagoni, invisibile a occhio nudo ma responsabile di quella durezza quasi ceramica che si avverte sfiorando il metallo. E il vetro Corning Fusion5, lo stesso che protegge la chiave e riveste il selettore del cambio, è stato sottoposto a un trattamento di levigatura che ne aumenta la trasparenza e la resistenza ai graffi fino a superare gli standard richiesti per i parabrezza -2-6-8. Il risultato è un abitacolo che non ha paura di mostrare la propria natura artigianale pur poggiando su tecnologie industriali d’avanguardia, e che forse, proprio per questa contraddizione apparente, riesce a sembrare nuovo senza mai risultare estraneo alla propria storia.




