La Maserati Grecale conquista Jeremy Clarkson: il suv italiano che non si aspettava
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Redazione Economia
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Non capita spesso, in verità, che Jeremy Clarkson – il quale, com’è noto, ha costruito gran parte della propria fama su un sarcasmo graffiante e una certa insofferenza verso le vetture contemporanee, giudicate troppo spesso anonime o sovraccariche di tecnologia – si lasci andare a parole di autentico, quasi incondizionato apprezzamento. Eppure, questa volta, l’oggetto del suo inaspettato entusiasmo è italiana: si chiama Maserati Grecale, ed è il suv compatto del Tridente, prodotto nello stabilimento di Cassino. Sulla scia di un’approfondita prova pubblicata sulle colonne del Times, l’ex conduttore di “Top Gear” ha di fatto ribaltato il proprio consueto scetticismo, arrivando a definire la vettura una delle poche – e sottolinea “poche” – nate negli ultimi anni capaci di sorprenderlo davvero. L’importanza del verdetto, al di là della notorietà del personaggio, risiede nella sua sostanza: Clarkson non conosceva neppure l’esistenza della Grecale prima di mettercisi al volante, e da lì, ammette, ne è rimasto stregato.
Un giudizio che pesa, tra maniglie e piattaforme condivise
La recensione, va detto, non è priva di quelle battute ironiche che da sempre contraddistinguono lo stile del giornalista britannico. Lui, che ha costruito una carriera anche sull’arte di trovare il difetto grottesco in ogni abitacolo, non ha potuto esimersi dal notare, per esempio, che le maniglie delle portiere – le stesse, scherza, che si trovano sulla Fiat 500 – tradiscono una certa politica di gruppo. Ma è proprio nell’insieme, paradossalmente, che l’ironia lascia il posto a un’analisi sorprendentemente lusinghiera: la Grecale, secondo Clarkson, offre un comfort eccezionale e una guida rilassante, qualità che a suo dire molte rivali di segmento hanno dimenticato. Il fatto che il suv sia costruito sulla piattaforma Giorgio Evo, la stessa che secondo indiscrezioni verrà ereditata dalle future Alfa Romeo Giulia e Stelvio previste per il 2028, non viene vissuto come un limite ma come un’eredità tecnica ben sfruttata. Un’eredità, aggiunge, che Maserati ha saputo interpretare con personalità, senza cadere nelle trappole del “troppo digitale” o del “troppo assistito”.
Un riconoscimento che vale doppio per la strategia Maserati
Per la casa modenese, che ha riposto nella Grecale una fetta considerevole delle proprie ambizioni di crescita globale – trovandosi a competere con Porsche Macan e BMW X3 – il verdetto di Clarkson assume i contorni di una legittimazione inattesa ma preziosa. Non si tratta, evidentemente, di un semplice endorsement: il critico inglese, pur avendo abbandonato da tempo i salotti televisivi più celebri, conserva un’autorità che pochi youtuber improvvisati potranno mai eguagliare, semplicemente perché alle spalle ha decenni di prove su strada e un’intuizione che solo l’esperienza può affinare. La sua sorpresa, d’altronde, è stata sincera: ammette di essersi avvicinato alla Grecale senza alcuna aspettativa, quasi ignorandone l’esistenza, e di esserne uscito con la convinzione di avere tra le mani un’auto “fantastica”. Proprio questa sincerità, priva di preconcetti di sorta, rende la recensione più credibile di tanti proclami pubblicitari.
Il dettaglio Stellantis e il rapporto con la tecnica
C’è poi un aspetto, nella recensione, che riguarda da vicino il gruppo Stellantis e le sue logiche di piattaforma. Clarkson, che non ha mai nascosto una certa insofferenza verso l’omologazione tecnica dei grandi conglomerati, stavolta sembra fare i conti con un compromesso riuscito: la Grecale, pur condividendo basi e componenti con altre vetture del gruppo, non ne risulta appiattita. Anzi, le critiche che muove – per esempio su alcuni materiali interni, definiti non all’altezza del listino – vengono incassate senza che questo intacchi il giudizio complessivo. Perché, sottolinea, ciò che conta alla fine è l’esperienza di guida: rilassante quando si viaggia, coinvolgente quando si cerca un po’ di vivacità. E la Maserati Grecale, a suo dire, riesce in quell’equilibrio che molte auto moderne hanno perso per strada, inseguendo potenze esagerate o schermi sempre più grandi. Un elogio, insomma, che arriva dritto al cuore della filosofia ingegneristica italiana, fatta di sostanza più che di esibizione.
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