Elon Musk sul banco dei testimoni: “Non ho letto le clausole, per me la crypto è una truffa”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si è aperto con una dichiarazione che sa più di resa che di attacco il processo che vede contrapposti l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, e il suo ex socio Sam Altman, a capo di OpenAI. Sul banco dei testimoni del tribunale federale di Oakland, in California, Musk ha cercato di spiegare – con un certo imbarazzo, a dire il vero – come abbia potuto finanziare un’organizzazione che poi, secondo la sua tesi, lo ha tradito trasformandosi in un gigante del profitto. La sua ammissione, per usare un eufemismo, è pesante: “Ho letto solo il Titolo, non le clausole scritte in piccolo”. Si riferiva a un documento del 2017, inoltratogli personalmente da Altman, che delineava già chiaramente il progetto di trasformare OpenAI in una società a scopo di lucro. Musk quel documento lo ricevette, ma evidentemente lo archiviò senza leggerlo; un dettaglio che l’avvocato di OpenAI, William Savitt, ha lasciato cadere nell’aula come una lama, senza bisogno di aggiungere altro.

Non è finita qui. La controffensiva legale di OpenAI si è concentrata nel dipingere Musk non come un filantropo tradito, ma come un concorrente che ha perso la partita del mercato. “Siamo qui perché il signor Musk non ha ottenuto ciò che voleva in OpenAI”, ha ribattuto Savitt. “Se n’è andato, dicendo che avremmo fallito. E poi i miei clienti hanno avuto il coraggio di avere successo senza di lui”. Una versione, quest’ultima, supportata da vecchie email mostrate alla giuria, in cui si discuteva di dare a Musk una partecipazione del 55% nell’eventuale ramo profit dell’azienda, contro il 7,5% offerto ad Altman. La tesi dell’accusa, insomma, è che Musk abbia tentato di prendere il controllo dell’organizzazione, e di fronte al rifiuto degli altri soci – tra cui lo stesso Altman e Greg Brockman – abbia abbandonato il tavolo; per poi tornare all’attacco con un’azione legale solo nel 2024, quando ChatGPT aveva già innescato una corsa globale all’oro dell’intelligenza artificiale.

La svolta inaspettata: le criptovalute e l’affondo su Ilya Sutskever

Ma il processo, che si preannuncia lungo e ricco di colpi di scena, ha offerto anche spunti decisamente laterali rispetto alla questione centrale del tradimento della missione no-profit. In un passaggio della deposizione, Musk si è lasciato andare a una considerazione che farà discutere gli appassionati del settore: parlando di un tentativo di OpenAI di raccogliere fondi tramite una Initial Coin Offering (ICO) nel 2018, il tycoon ha etichettato la maggior parte delle criptovalute come “truffe”. “Alcune hanno un merito, ma la maggior parte sono delle truffe” -7, ha spiegato ai giurati; un’uscita che stride clamorosamente con gli anni in cui i suoi tweet facevano impennare Dogecoin e Bitcoin, e con il fatto che la sua stessa Tesla detiene ancora oggi una consistente quantità di Bitcoin nei propri bilanci. Una contraddizione che, seppur incidentale nel merito della causa, contribuisce a minare la credibilità di un testimone che si presenta come il paladino della trasparenza contro le ambizioni rate di Altman.

Mentre Musk lasciava l’aula dopo tre giorni di testimonianza non sempre lineari (la giudice Yvonne Gonzalez Rogers lo ha dovuto persino richiamare all’ordine per le interruzioni), lo sguardo degli analisti si è spostato su chi salirà al banco nei prossimi giorni. Le sorprese più gustose – o imbarazzanti – potrebbero arrivare dalle deposizioni di Greg Brockman e Ilya Sutskever. Il primo, attuale presidente di OpenAI, è storicamente uno dei principali artefici della transizione verso il modello profit; in una nota interna del 2018, Brockman avrebbe scritto che “liberarsi” di Musk offriva un enorme potenziale di guadagno per l’azienda. Un’affermazione che, se confermata, darebbe alla tesi di Musk secondo cui il suo allontanamento fu pianificato per spennare l’organizzazione benefica. Il secondo, Sutskever – celebre per essere stato tra i leader del colpo di stato lampante che nel 2023 rimosse brevemente Altman dalla poltrona di CEO – potrebbe portare in aula quelle cinquantina di pagine di memorandum che accesero la scintilla della rivolta interna.

Microsoft nel mirino e la strategia della “distruzione”

Non si tratta solo di una resa dei conti personale. La causa mira a scardinare un’alleanza che vale ormai centinaia di miliardi di dollari. Musk ha citato in giudizio non solo OpenAI ma anche Microsoft, chiedendo di fatto il blocco della riconversione totale di OpenAI in un ente a scopo di lucro – un’operazione propedeutica alla tanto attesa IPO (Offerta Pubblica Iniziale). Nell’aula di Oakland, l’avvocato di Musk ha paragonato la situazione a quella di un negozio di articoli da regalo che ruba i quadri di un museo per venderli -4; una metafora che ha poco di tecnico ma molto di efficace per una giuria popolare. E mentre Musk parla di “precedente che distruggerà la filantropia americana”, i dati di mercato dicono che la sua xAI – il suo laboratorio concorrente – vale oggi una frazione di OpenAI e ha recentemente visto l’esodo dei fondatori originali, fagocitata dalla SpaceX.

La giudice Rogers, che ha già avuto a che fare con i giganti della tecnologia nel celebre caso Epic Games contro Apple, avrà l’arduo compito di separare la polemica dai fatti. Il processo è solo all’inizio; lunedì prossimo toccherà a Brockman, poi sarà il turno di Satya Nadella (CEO di Microsoft) e finalmente di Sam Altman, previsto per la seconda settimana di maggio. Quello che emerge fin da ora, al netto delle contraddizioni di Musk, è che il futuro – e la struttura giuridica – dell’intero settore dell’AI potrebbe dipendere dalla risposta a una domanda secca: si può trasformare un ente benefico in una macchina da soldi senza restituire il malloppo ai donatori originari?

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