Leone XIV striglia i vescovi tedeschi: «No alle benedizioni gay, ma la morale non è solo sesso»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sul volo di rientro da Malabo, dopo undici giorni di viaggio apostolico in Africa, Leone XIV ha voluto rispondere di persona a una domanda che da settimane agita i circoli vaticani e le cancellerie episcopali d’Europa. Al centro del confronto, sollevato da una giornalista tedesca a bordo dell’aereo, c’è la recente decisione del cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga, Reinhard Marx, di autorizzare nella sua diocesi cerimonie formali di benedizione per le coppie omosessuali. Un passo che, di fatto, anticipava sul campo le indicazioni contenute nel documento “Fiducia supplicans” del 2023, spingendosi oltre i limiti previsti da Roma. La risposta del pontefice, lungi dall’essere una semplice scomunica verbale, ha però ribaltato la prospettiva: prima ancora di dire “no” alla richiesta tedesca, il Papa ha accusato i suoi stessi interlocutori – e con loro l’intero apparato mediatico che segue la Santa Sede – di una miopia quasi ossessiva.

«Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di moralità, l’unico tema morale sia quello sessuale», ha esordito il Papa, citando un luogo comune che, a suo avviso, riduce il magistero a un semplice codice di comportamento intimo. Ha invece rivendicato l’urgenza di questioni «molto più grandi e importanti», come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà religiosa e il rispetto per i migranti – questi ultimi definiti «esseri umani che non vanno trattati peggio degli animali». È stata dunque una lezione di metodo teologico, prima ancora che una presa di posizione disciplinare. Solo dopo aver spostato l’asticella del dibattito, il Papa ha chiarito la linea: la Santa Sede non è d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie omosessuali. «Quando un sacerdote impartisce una benedizione alla fine della messa – ha spiegato – si benedicono tutti, nessuno escluso. Ma un’altra cosa sono i rituali specifici che creano confusione e divisione».

L’Africa, il dialogo e il rebus di Hormuz

L’incontro con la stampa, tenutosi a bordo del volo che lo riportava a Roma, non si è però limitato alle dispute interne alla curia tedesca. Leone XIV ha dedicato ampio spazio alla situazione geopolitica, descrivendo lo scenario che circonda lo Stretto di Hormuz come «caotico e critico per l’economia mondiale». Ha parlato della difficoltà dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, senza però addentrarsi in valutazioni sui singoli attori politici – anche perché, va ricordato, la Casa Bianca è tornata saldamente nelle mani di Donald Trump da oltre un anno, un dato ormai strutturale del panorama internazionale che non rappresenta più una novità. «Non sappiamo chi abbia creato questa situazione – ha ammesso il Papa – ma c’è un’intera popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo». Da qui l’appello a fare «tutti gli sforzi» per promuovere la pace, unico antidoto alla spirale di violenza che, nelle sue parole, colpisce sempre i più deboli.

A rendere tangibile questa sofferenza, il pontefice ha estratto un ricordo personale e toccante: la fotografia di un bambino musulmano, incontrato durante una visita in Libano. «Porto con me la foto di quel bambino – ha rivelato – che aspettava con un cartello con scritto “Benvenuto papa Leone”; poi, in questa ultima fase della guerra, lo hanno ucciso». Un silenzio carico di significato ha accompagnato queste parole, che hanno riportato l’attenzione sul dramma dei civili presi in mezzo ai conflitti mediorientali, senza la necessità di proclami altisonanti o anatemi.

La dottrina sociale al posto dello stereo ideologico

Se la destrutturazione del primato della morale sessuale rappresenta il fulcro intellettuale dell’intervento, le dichiarazioni del Papa hanno avuto ricadute pratiche immediatamente verificabili. Parlando delle esecuzioni capitali in Iran, Leone XIV è stato netto: «La vita va sempre protetta, dal concepimento alla sua naturale conclusione, e ogni persona va protetta». Ha condannato «ogni azione ingiusta» e la pratica di togliere la vita arbitrariamente, allineandosi a quella cultura della pace che ha indicato come faro del suo pontificato. Anche sul fronte dei migranti, la sua voce si è levata contro la retorica dell’emergenza: ha riconosciuto il diritto degli Stati a regolare i propri confini, ma ha ricordato che la dignità umana non ammette deroghe, né tantomeno paragoni con la gestione di animali. Una presa di posizione che, se da un lato scontenta i fautori dell’apertura a oltranza senza regole, dall’altro mette in difficoltà chi vorrebbe ridurre l’accoglienza a un mero calcolo statistico.

La foto del bambino e la svolta pastorale

In definitiva, il volo di rientro dall’Africa ha offerto lo spaccato di un pontificato che rifiuta le categorie del tifo da bar sport ideologico. Leone XIV non ha smantellato “Fiducia supplicans” – che anzi resta valido nella sua forma base di benedizione informale per i singoli – ma ha messo in guardia i vescovi tedeschi dal trasformare una possibilità pastorale in un diritto liturgico. Lo ha fatto, però, rimproverando all’ecosistema mediatico e a certi “esperti” vaticani di aver dimenticato il Vangelo. Perché, come suggerisce la vicenda del piccolo sciita libanese ucciso in un bombardamento, forse il vero scandalo morale oggi non è chi ama, ma chi viene lasciato morire sotto le macerie mentre il mondo discute di rituali. E questa, al di là delle etichette di progressisti o conservatori, è una lezione che rischia di scomodare molti.

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