The Boys e la satira che diventa cronaca: l’ultima trovata di Kripke sulla FCC era già realtà

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Quando la satira smette di essere solo satira e si trasforma in un inquietante specchio della realtà, significa che l’assurdo ha preso il sopravvento. È ciò che sta accadendo con la quinta stagione di The Boys, la serie Prime Video che non ha mai avuto peli sulla lingua nel prendere in giro supereroi, politici e l’industria dell’intrattenimento. Stavolta, però, la fiction ha colpito nel segno con una precisione quasi imbarazzante: una battuta apparentemente folle sulla FCC, l’ente regolatore delle comunicazioni statunitense, si è rivelata meno fantascientifica di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare.

Nell’episodio intitolato “Buona la prima”, andato in onda da qualche settimana, la cinica Ashley Barrett si lamenta di non essere riuscita a convincere la FCC a revocare tutte le licenze televisive tranne quelle legate a Vought. La frase, volutamente estrema e costruita per enfatizzare la deriva autoritaria del mondo creato da Eric Kripke, non è nata come una previsione ma come una semplice iperbole narrativa. Eppure, nell’arco di pochissimi giorni, la battuta ha smesso di essere una macabra esagerazione per diventare un argomento di discussione inquietantemente attuale: le dinamiche di pressione politica sulle emittenti e le ritorsioni per i contenuti scomodi hanno superato la barriera della fantasia, rendendo concreta quell’idea di controllo monopolistico dell’informazione.

Quando la sceneggiatura brucia sul tempo

Il paradosso, per Eric Kripke, è ormai una costante. Lo showrunner ha ammesso apertamente di aver scritto i dialoghi di questa quinta e ultima stagione prima delle elezioni presidenziali, immaginando scenari distopici che aveva studiato nei libri di storia di altri Paesi. La sua intenzione era allarmare il pubblico, offrendo una correzione satirica alla realtà; invece, come lui stesso ha raccontato, il mondo reale ha semplicemente “bruciato sul tempo” la sceneggiatura, raggiungendo e superando i livelli di assurdità proposti dallo show. Non si tratta, quindi, di una capacità divinatoria della serie, ma della triste conferma che certi eccessi autoritari sono più vicini di quanto si creda.

La questione della FCC non è un caso isolato, ma si inserisce in una stagione che spinge sistematicamente il discorso sul rapporto tra potere, narrazione e censura. Se Ashley incarna il controllo burocratico dei media, è il percorso di Homelander a rappresentare quello simbolico. In questa tornata finale, interpretata da un sempre inquietante Antony Starr, il superuomo ha compiuto il salto definitivo dalla celebrità tossica alla costruzione di un vero e proprio complesso divino, riscrivendo persino i canoni della religione attorno alla propria figura. L’unione di questi due livelli – il controllo amministrativo della comunicazione e la manipolazione spirituale – dipinge un sistema in cui il confine tra realtà e rappresentazione è ormai del tutto cancellato.

La polemica sui tempi e le risposte di Kripke

Proprio mentre lo specchio tra finzione e realtà si faceva più nitido, all’orizzonte della produzione è apparsa un’altra polemica, questa volta di natura squisitamente narrativa. A ridosso della pubblicazione del sesto episodio, “Though the Heavens Fall”, una parte del pubblico ha sollevato critiche piuttosto aspre riguardo al ritmo della stagione. L’accusa, per certi versi paradossale per una serie che vive di adrenalina e violenza, è quella di contenere troppi “episodi filler”, cioè puntate considerate di transizione o di riempimento che non farebbero avanzare la trama principale verso il gran finale. Lamentele che hanno trovato il loro epicentro nel quarto episodio, giudicato da alcuni come una tappa poco incisiva in attesa degli scontri decisivi.

Di fronte a queste critiche, Eric Kripke ha risposto con la schiettezza che lo contraddistingue, senza usare giri di parole. In un’intervista rilasciata a TV Guide, il creatore della serie ha liquidato le accuse con una certa insofferenza, ricordando ai fan che la televisione è “il business dei personaggi”. La sua replica è stata netta: “Cosa vi aspettavate? Una grande scena di battaglia in ogni episodio?”. Kripke ha spiegato, con un pizzico di ironia, che non solo il budget non permetterebbe una scelta del genere, ma che trasformare tutto in una mera sequenza di scontri renderebbe la narrazione “vuota e noiosa”, riducendo i personaggi a semplici “forme che si muovono senza significato”. Ha quindi ribadito che approfondire le crepe nel rapporto tra i Boys, la disperazione di M.M. o l’evoluzione del legame tossico tra Soldier Boy e Homelander fosse fondamentale per dare peso agli eventi finali, a prescindere dal fatto che ci fosse o meno qualcuno che sparava facendo “pew, pew, pew”.

Un finale programmato per lasciare il segno

Mancano ormai pochissime puntate alla conclusione di questa avventura. Il penultimo episodio è atteso nei prossimi giorni su Prime Video, mentre il destino dei personaggi si compirà ufficialmente il 19 maggio, quando l’epilogo verrà proiettato anche in alcune sale 4DX prima dello sbarco sulla piattaforma il giorno successivo. La scelta di non diluire ulteriormente la narrazione oltre le otto stagioni, con Kripke che ha sempre difeso la durata “contenuta” del finale (circa un’ora e cinque minuti), sembra volta a mantenere alta la tensione senza inutili stacchi. The Boys arriva al capolinea in un momento storico in cui la sua funzione satirica rischiava l’obsolescenza: quando la realtà è diventata essa stessa una parodia violenta e grottesca, lo show ha dovuto soltanto limitarsi a inquadrarla, dimostrando ancora una volta che la sua forza non era mai stata nella pura invenzione, ma nella lucida anticipazione dei meccanismi del potere.

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