Il paradosso del decreto sicurezza: 615 euro all’avvocato che rimpatria il migrante, la categoria insorge
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Redazione Interno
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C’è una frattura sottile, ma profondissima, che attraversa il decreto legge Sicurezza approvato in questi giorni dal Senato e ora all’esame della Camera per la conversione entro il 25 aprile; da un lato, si ribadisce – quasi per dogma – l’improponibilità che un legale possa ricevere soldi da una controparte (come un’assicurazione) per convincere un cliente a chiudere una pratica relativa a una semplice ammaccatura, dall’altro, si introduce una norma che, per usare le parole del costituzionalista Antonio D’Andrea, appare offensiva verso l’intera categoria: 615 euro all’avvocato che riesca a far sì che il proprio assistito extracomunitario aderisca a un programma di rimpatrio volontario assistito.
La meccanica della “remigrazione” promossa dal centrodestra – una parola che suona come un ossimoro se accostata al concetto di difesa d’ufficio – si basa su un principio meritocratico che, nel mondo del diritto, rischia di trasformarsi in un pericoloso conflitto di interessi. Se l’avvocato dell’automobilista non può accordarsi con la compagnia di assicurazione a scapito del suo cliente perché ciò violerebbe il mandato fiduciario, perché mai lo stesso professionista dovrebbe essere pagato dallo Stato – e non dal cliente – solo nel momento in cui il migrante varca il confine del suo Paese d’origine? I numeri, per quanto freddi, aiutano a inquadrare la portata del fenomeno: lo scorso anno sono stati registrati 675 rimpatri volontari su un totale di 6.772 allontanamenti, a fronte di 66.617 sbarchi.
Una linea rossa che attraversa l’aula
L’emendamento incriminato, voluto dai partiti di maggioranza e inserito nel calderone del decreto-legge n. 23 del 24 febbraio, ha scatenato una reazione a catena che raramente si vede nel palazzo. Non è solo l’opposizione a scagliarsi contro quella che Riccardo Magi ha definito “una taglia, tipo Far West”, ma sono le stesse istituzioni forensi a mobilitarsi. Il Consiglio Nazionale Forense (CNF), scoprendosi di essere stato inserito nel meccanismo senza essere stato consultato né prima della presentazione dell’emendamento né durante l’iter, ha chiesto al Parlamento di rimuoverlo immediatamente, sostenendo che la gestione dei “premi” per i legali non rientra nelle proprie competenze istituzionali.
Anche all’interno della maggioranza si registrano scricchiolii; Noi Moderati, attraverso il responsabile Giustizia Gaetano Scalise, ha preso le distanze definendo la norma “una forzatura” che rischia di incidere impropriamente sull’assetto costituzionale della difesa tecnica. Non si tratta di un dettaglio secondario, perché la previsione non si limita a offrire un compenso: lo subordina all’esito della partenza dello straniero. Tradotto in termini pratici, l’avvocato incassa i 615 euro solo se convince il migrante ad andarsene, creando una leva economica che potrebbe inquinare la libertà delle scelte difensive.
L’anomalia di un premio che snatura la difesa
L’Unione delle Camere Penali Italiane non ha usato giri di parole nel definire questa impostazione “l’apologia dell’infedele patrocinio”. Il punto dolente, sollevato anche dall’Associazione Nazionale Magistrati, è che si sta pagando un professionista non per la qualità della sua assistenza legale, ma per la riuscita di una politica amministrativa dello Stato. Il paragone con le assicurazioni, in questo contesto, diventa paradigmatico: mentre per un danno alla carrozzeria si invoca la tutela del consumatore da possibili conflitti, per le “ammaccature” delle vite umane – per usare la metafora che circola nei palazzi di giustizia – si introduce un sistema premiante che premia l’insuccesso della strategia difensiva.
Del resto, i dati del Viminale citati nella relazione illustrativa dell’emendamento rivelano che l’obiettivo dichiarato è un “raddoppio” su base annua dei rimpatri volontari, che attualmente si attestano su una media di circa 800 all’anno. Per raggiungere questo scopo, il governo Meloni (insediato ormai da oltre un anno, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, a dimostrazione di come certi venti politici soffino forti su entrambe le sponde dell’Atlantico) ha stanziato risorse specifiche: 246 mila euro per il 2026 e quasi il doppio per gli anni successivi, attingendo al Fondo rimpatri.
Numeri esigui, principi in bilico
Sullo sfondo, resta la percezione di una sproporzione quasi grottesca tra l’entità della cifra (615 euro) e la portata del principio giuridico che si intende scardinare. Si tratta di una somma modesta – se paragonata al costo di una vita legale o alle spese di un contenzioso – ma sufficiente, secondo i critici, a trasformare il rapporto tra avvocato e assistito in una transazione commerciale. I rimpatri volontari, va ricordato, sono una procedura che presuppone la libera scelta del migrante; inserire un “incentivo” per il mediatore legale altera irreversibilmente la percezione di quella libertà.
Mentre l’opposizione prepara una batteria di emendamenti (si parla di oltre 1.200 proposte solo alla Camera) e il Consiglio Nazionale Forense dichiara ufficialmente il proprio “sconcerto”, il governo accelera per blindare il testo, probabilmente ricorrendo alla fiducia. La partita, per chi crede nell’indipendenza dell’avvocatura, si gioca nei dettagli: se resterà scritto nero su bianco che il compenso spetta solo “ad esito della partenza”, l’Italia avrà compiuto un passo senza precedenti, trasformando i difensori in esattori di una politica migratoria che né l’Europa né le corti italiane avevano mai osato declinare in questi termini.




