Tumori, stile di vita sano: gli stessi fattori che proteggono il cuore allungano la vita dopo la diagnosi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
Muoversi con regolarità, controllare il peso, aderire a una dieta equilibrata e astenersi dal fumo: comportamenti che, consolidati nella pratica quotidiana, dimostrano una potenza inaspettata persino dopo che un tumore si è già manifestato. È questa l’evidenza che emerge con forza dall’analisi dei dati dello studio Moli-sani, un vasto progetto epidemiologico di rilevanza internazionale coordinato dall’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed, in collaborazione con l’ateneo Lum. La ricerca, pubblicata sullo European Heart Journal, rivela come i pilastri della prevenzione cardiovascolare siano decisivi anche nel determinare la prognosi oncologica, offrendo una prospettiva integrata nella gestione del paziente.
Il punteggio che unisce cuore e prevenzione oncologica
La ricerca, condotta nell’ambito del Progetto UMBERTO sostenuto dalla Fondazione Veronesi e basata sul monitoraggio di 779 adulti italiani con pregressa diagnosi oncologica per un periodo di quindici anni, ha utilizzato uno strumento cardine della cardiologia: il punteggio Life’s Simple 7 (LS7). Questo indice, concepito dall’American Heart Association, valuta sette parametri modificabili – dall’abitudine tabagica ai livelli di attività fisica, dalla qualità della dieta ai valori di pressione, colesterolo e glicemia, fino al controllo del peso reo – assegnando un giudizio complessivo sulla salute cardiometabolica. L’applicazione di tale metro di giudizio in campo oncologico ha prodotto risultati significativi, stabilendo una correlazione diretta tra un punteggio LS7 più favorevole e una maggiore sopravvivenza, a suggerire che i meccanismi biologici sottostanti alla salute vascolare giochino un ruolo cruciale pure nell’evoluzione della malattia tumorale.
La salute delle valvole cardiache come priorità assistenziale
Parallelamente, un altro filone di ricerca presentato in sede congressuale, lo studio CESAR, ha portato l’attenzione su un aspetto clinico specifico ma non per questo marginale: la gestione delle valvulopatie in pazienti oncologici. L’indagine, illustrata al congresso dell’Associazione Europea di Imaging Cardiovascolare, ha evidenziato come patologie valvolari gravi, quali l’insufficienza tricuspidalica o mitralica e la stenosi aortica, interessino una percentuale non trascurabile – attorno al sette per cento – delle persone in trattamento antitumorale. Una frequenza che impone, come sottolineano gli autori, una valutazione attenta e sistematica dell’apparato valvolare, trasformandola in una priorità nel percorso di cura di chi affronta il cancro, poiché un danno cardiaco non controllato può compromettere l’esito delle terapie e la qualità della vita.
Verso un approccio integrato tra oncologia e cardiologia
I dati convergenti di queste ricerche disegnano un quadro assistenziale sempre più olistico, dove i confini tra specialismi si fanno più permeabili. Se da un lato lo studio italiano chiarisce che l’adozione di uno stile di vita salutare, tradizionalmente promosso per ridurre il rischio di infarti e ictus, diventa un alleato terapeutico potente anche dopo la diagnosi di un tumore, dall’altro le evidenze sull’alta prevalenza di valvulopatie impongono un monitoraggio cardiologico strutturato. Ne deriva l’immagine di un paziente il cui cammino terapeutico deve essere vigilato su un doppio fronte: promuovendo attivamente, attraverso l’educazione e il supporto, quei fattori comportamentali protettivi e, al contempo, diagnosticando precocemente e gestendo con tempestività le comorbidità cardiache, che non sono mere complicanze ma variabili determinanti per l’esito globale.




