Paolo Del Debbio e l'eredità del padre sopravvissuto ai lager: «Mi disse, ti possono togliere tutto ma non la dignità»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nel salotto di Verissimo, lontano dalle luci spesso crudeli del talk show politico e dal confronto serrato che caratterizza Dritto e rovescio, il programma che conduce su Rete 4, Paolo Del Debbio ha scelto di spogliarsi della corazza del giornalista per mostrare al pubblico la sua dimensione più intima e privata. Ospite di Silvia Toffanin, il volto storico dell'approfondimento Mediaset ha ripercorso le tappe fondamentali della sua esistenza, soffermandosi sugli anni dell'infanzia e della giovinezza, un periodo segnato da ristrettezze economiche e dal sacrificio quotidiano. Un racconto che ha preso forma attraverso i ricordi di un tredicenne che, per necessità, portava le buste della spesa per un macellaio e che, più tardi, per mantenersi agli studi, avrebbe svolto il mestiere di cameriere. Un'esperienza, quella del lavoro precoce, che Del Debbio non ha mai raccontato con retorica, ma piuttosto come il naturale presupposto di una vita costruita su fondamenta solide, dove lo studio e la scrittura rappresentavano un approdo irrinunciabile, quasi un rifugio.

Fu proprio questa passione per i libri a condurlo, appena sedicenne, verso una strada inaspettata come quella del seminario. Una scelta, quella di entrare in seminario a Lucca, che per la famiglia non fu priva di dolore – la madre, racconta, piangeva ogni mezz'ora – ma che per il giovane Paolo rappresentò un biennio di intensa formazione e di scoperta intellettuale. In quel contesto, Del Debbio ammette di essersi dedicato allo studio con una dedizione tale da portarlo persino a un esaurimento nervoso, segno di una tensione morale e conoscitiva che non lo avrebbe mai abbandonato. Se da un lato la vocazione religiosa si sarebbe poi affievolita, lasciando spazio ad altre strade, dall'altro rimase intatta la consapevolezza che la ricerca, il dubbio e l'approfondimento fossero strumenti imprescindibili per affrontare la complessità del mondo. E a nulla valsero, in quel periodo, le tentazioni portate dalle «fidanzatine» e dalle «spasimanti», verso le quali, con ironia, ammette di aver mantenuto un certo aplomb.

Il nucleo più toccante della chiacchierata, però, ha riguardato la figura del padre, Velio, la cui storia si intreccia in modo indelebile con gli orrori del Novecento. Deportato durante la seconda guerra mondiale e rinchiuso per due anni in un campo di concentramento nazista, il padre di Del Debbio tornò a casa provato nel fisico – morì giovane, a soli cinquantasei anni, segnato per sempre da quell'esperienza – ma non nello spirito. E proprio da quell'uomo segnato dalla sofferenza che il giornalista dice di aver ricevuto l'insegnamento più prezioso, una lezione che ha orientato la sua intera esistenza e che continua a ripetersi come un mantra interiore. La dignità, gli ripeteva il padre, è l'unico bene che nessuno potrà mai portarti via. Velio, nei gelidi mattini del lager, si svegliava prima dell'appello pur di farsi la barba, un gesto apparentemente piccolo ma di una potenza simbolica immensa, un modo per ricordare a sé stesso e ai suoi aguzzini di essere un uomo, non una cosa. «Se ce l'ho fatta io in un campo di concentramento – gli diceva – ce la puoi fare anche tu». Un'eredità morale che ha insegnato a Paolo Del Debbio a non piegarsi mai, a non lamentarsi e a guardare oltre le avversità, consapevole che la povertà materiale può essere riscattata, mentre quella spirituale rappresenta una sconfitta senza appello.

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