Paolo Del Debbio si racconta a Verissimo, tra l'eredità del padre deportato e la voglia ritrovata di amare

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C'è un filo sottile, ma resistentissimo, che lega l'infanzia trascorsa a portare le buste della spesa per un macellaio – aveva solo tredici anni quando iniziò a lavorare per aiutare la famiglia – alla scrivania da cui oggi conduce Dritto e rovescio, e quel filo si chiama dignità. Ospite nel salotto di Silvia Toffanin, a Verissimo, Paolo Del Debbio ha concesso al pubblico una di quelle rare incursioni nel privato che solitamente tiene lontane dai riflettori, e lo ha fatto partendo da lontano, dalla figura ingombrante e amatissima di suo padre, Velio. Un uomo, quest'ultimo, che aveva conosciuto l'orrore del campo di concentramento di Buchenwald, dove era stato deportato nel 1943, e da quell'inferno era tornato con un insegnamento che avrebbe segnato la vita del figlio. Nonostante i nazisti gli avessero tolto tutto, fino all'identità, gli era rimasta intatta la capacità di scegliere come affrontare la prigionia: «Si svegliava prima, al mattino, per farsi la barba con il freddo della Germania», ha raccontato Del Debbio, quasi a voler sottolineare che la libertà, a ben guardare, è anche una questione di postura interiore. Quelle parole – «ti possono togliere tutto, ma non la dignità» – sono diventate per lui una bussola, un lascito morale che ha orientato le sue scelte, dagli anni difficili dello studio in seminario fino alla carriera televisiva. A quei racconti, il conduttore ha legato anche il ricordo di un sacrificio personale: quando il padre morì, lui aveva appena diciannove anni e non poté nemmeno concedersi il lusso di piangere, perché doveva farsi carico della famiglia. Quella dignità, insomma, andava onorata anche con i fatti, non solo con le parole.

Dagli studi in seminario alla scoperta della filosofia

Prima di diventare il volto noto dell'approfondimento politico Mediaset, prima di laurearsi in filosofia e diventare docente alla Iulm di Milano, Paolo Del Debbio aveva seguito una strada che molti immaginerebbero lontana dal suo temperamento combattivo. A sedici anni, racconta, entrò in seminario a Lucca, spinto da una chiamata che lo affascinava. «Mia mamma piangeva ogni mezz’ora», ha ricordato sorridendo, ma per lui furono due anni bellissimi, un periodo in cui studiò «come un pazzo» – al punto da procurarsi un esaurimento nervoso – e in cui capì che la sua vera vocazione, più che all'altare, era rivolta ai libri. Un'esperienza, quella della clausura, che non lo isolò dal mondo e nemmeno dalle attenzioni femminili: le "spasimanti", in effetti, non mancavano, ma lui manteneva la rotta, fedele a un percorso di disciplina che, per certi versi, ricorda la ferrea autodeterminazione di suo padre nel campo. Fu in quegli anni che maturò la consapevolezza che non poteva rinunciare allo studio e alla scrittura, una bussola che lo avrebbe guidato anche quando, più tardi, si sarebbe trovato a scrivere il programma di Forza Italia per Silvio Berlusconi o a dirigere i suoi talk show. E se oggi qualcuno lo accusa di populismo o di dare troppo spazio alla piazza, lui risponde che il suo mestiere è ascoltare le storie, quelle vere, fatte di sofferenza e necessità, proprio come aveva imparato a fare da ragazzo.

Il lavoro, la politica e l'incontro con Berlusconi

Il suo ingresso nel mondo della comunicazione, del resto, avviene per vie traverse, quasi per caso, e certamente non sulle ali della raccomandazione. Dopo gli studi, Del Debbio inizia a lavorare in Fininvest, e il suo percorso incrocia ben presto quello di Fedele Confalonieri, che lo prende come assistente, e di Silvio Berlusconi. È il 1993 quando il Cavaliere, in procinto di scendere in campo, gli chiede di mettere nero su bianco un programma di governo. Da quel momento, il legame con Forza Italia è sigillato, tanto che nel 1995 arriva persino la candidatura alla presidenza della Regione Toscana, un'esperienza che lo vide sconfitto ma che gli lasciò comunque il gusto dell'impegno diretto, proseguito poi come assessore alla Sicurezza nella giunta Albertini a Milano. Ma è in televisione che Del Debbio trova la sua dimensione definitiva, sperimentando formati che mescolano informazione e sentore popolare, da *Secondo voi* a *Quinta colonna*, fino all'attuale *Dritto e rovescio*. Una carriera, la sua, che non ha mai reciso il cordone ombelicale con le sue origini: quel modo di fare tv, diretto e a tratti ruvido, è anche il frutto di un'educazione che gli ha insegnato a non separare mai la testa dal cuore, il rigore dell'analisi dall'empatia per chi in televisione, magari, non ha mai messo piede.

La vita sentimentale e la nuova apertura all'amore

Accanto alla carriera, però, c'è anche la dimensione più intima, quella che il giornalista, oggi sessantottenne, ha sempre protetto con gelosia. Dalla lunga storia con Gina Nieri, dirigente Mediaset da cui è separato da anni, sono nate le due figlie, Maddalena e Sara, che rappresentano per lui un «pezzetto di eternità» lasciato nel mondo. Negli ultimi tempi, però, Del Debbio aveva vissuto una parentesi sentimentale difficile, una relazione finita male che lo aveva lasciato sofferente e, per sua stessa ammissione, poco incline a nuove avventure. «Per un po' non ho avuto voglia», ha confessato a *Verissimo*, parlando di quel periodo di stallo emotivo. Poi, come accade quando meno te lo aspetti, la voglia di condividere è tornata. Oggi, spiega, è pronto a riaprirsi, a cercare una persona con cui costruire un rapporto che sia di arricchimento reciproco. «Mi è tornata una gran voglia di amare ed essere amato», ha detto, con una semplicità che stride volutamente con la complessità dei meccanismi televisivi che maneggia ogni giorno. Un cerchio che si chiude, forse, tornando all'insegnamento paterno: la dignità non è solo resistere alle avversità, ma anche sapersi concedere una seconda possibilità, nella vita come nell'amore. E chissà che quella battuta, detta con il sorriso tra il toscano e il filosofo, non nasconda in realtà la consapevolezza che, dopotutto, la felicità sia proprio lì, nel trovare qualcuno con cui valga la pena di condividere anche il semplice rito della mattina, quel farsi la barba che per suo padre era stato un atto di ribellione e per lui potrebbe diventare, semplicemente, un gesto d'affetto.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.