Lo stato civile e il rischio oncologico: chi non si è mai sposato paga un prezzo più alto

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Che si tratti di una concausa o di un semplice indicatore, la correlazione emersa dall’ultimo grande studio statunitense – che ha analizzato poco meno di quattro milioni e mezzo di diagnosi di cancro raccolte tra il 2015 e il 2022 – non lascia spazio a interpretazioni superficiali. Gli adulti che non hanno mai contratto matrimonio, secondo i dati elaborati dai ricercatori del Sylvester Comprehensive Cancer Center (parte della Miller School of Medicine dell’Università di Miami), presentano un rischio complessivamente più elevato di sviluppare un tumore rispetto a coloro che sono o sono stati sposati, vedovi o divorziati che fossero. L’associazione, pubblicata sulla rivista “Cancer Research Communications”, attraversa numerose forme neoplastiche e si fa particolarmente stringente per quelle che la letteratura scientifica definisce “prevenibili”, ovvero legate a infezioni virali (si pensi all’Hpv o all’epatite), ad abitudini di vita come il fumo o l’alcol, e a fattori riproduttivi.

Numeri e metodi di un’indagine su larga scala

Per giungere a queste conclusioni, il team di ricerca ha incrociato i dati di due grandi database sanitari nazionali, evitando campioni troppo circoscritti e garantendo così una robustezza statistica non comune in studi simili. Dei milioni di casi esaminati, una porzione significativa riguardava soggetti che non avevano mai pronunciato il fatidico “sì”. Il dato grezzo – che alcuni organi di stampa hanno sintetizzato in un “rischio cinque volte superiore” – va però maneggiato con cautela: quella cifra, infatti, si riferisce a specifiche sottocategorie di tumori (in particolare quelli a eziologia virale) e non alla totalità delle neoplasie. Ciò che conta, spiegano i ricercatori, è la persistenza della correlazione anche dopo aver depurato i numeri da variabili quali età, reddito, accesso alle cure e comorbidità pregresse.

Perché il matrimonio potrebbe fare da scudo

Le ragioni di questo divario, ipotizzano gli autori, affondano le radici in meccanismi psicosociali piuttosto che in un presunto effetto biologico diretto dell’anello al dito. Chi vive in coppia – o ci ha vissuto per un lungo periodo – tende, in media, a ricevere diagnosi più precoci: il partner, spesso, funge da “sentinella” di sintomi sospetti, spingendo l’altro a consultare un medico. Inoltre, il supporto emotivo e pratico che deriva da una relazione stabile facilita l’aderenza alle terapie e agli screening, riducendo i tassi di abbandono delle cure. Al contrario, chi non si è mai sposato può accumulare, nel tempo, una minore rete di sostegno informale; e questa carenza – sottolinea lo studio – si traduce in una maggiore esposizione a fattori di rischio comportamentali (come l’abuso di alcol o una dieta squilibrata) e in una minore probabilità di completare i percorsi diagnostici.

Neoplasie prevenibili e il peso delle infezioni virali

L’aspetto più rilevante della ricerca riguarda proprio i tumori prevenibili. Tra questi, quelli associati a infezioni croniche – dal papillomavirus all’epatite C – trovano nei single un terreno statisticamente più fertile. Un’ipotesi avanzata dal Sylvester Comprehensive Cancer Center è che la stabilità relazionale riduca il numero di partner sessuali nel corso della vita (con un conseguente minor rischio di trasmissione di patologie oncogene) e favorisca comportamenti di prevenzione secondaria, come la vaccinazione anti-Hpv. Parallelamente, i fattori riproduttivi – per esempio l’età al primo figlio o il numero di gravidanze – giocano un ruolo differenziale tra i sessi, ma lo studio non fornisce dettagli ulteriori su questo fronte. Nessuna conclusione affrettata, dunque, ma un’associazione che invita a riflettere sul valore – anche sanitario – delle reti di cura informali.

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