Isole Chagos, l’accordo per la restituzione a Mauritius finisce nel congelatore: l’opposizione di Trump affossa il negoziato

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Londra ha messo un veto di fatto sul trattato che avrebbe dovuto sancire il passaggio di sovranità dell’arcipelago delle Chagos a Mauritius, un’intesa – raggiunta solo l’anno scorso dopo estenuanti trattative – che ora giace sostanzialmente in una sorta di “congelatore” diplomatico. La decisione, comunicata tramite una secca nota di Downing Street, arriva a seguito delle ripetute e durissime critiche mosse dal presidente degli Stati Uniti, il quale non ha mai fatto mistero del suo dissenso verso quella che, a suo dire, rappresenterebbe una pericolosa rinuncia strategica da parte di un alleato storico. A decretare il definitivo rallentamento della procedura è stata l’impossibilità di portare in porto l’iter parlamentare necessario alla ratifica: il governo di Keir Starmer, pur continuando a dichiararsi convinto della bontà dell’accordo, ha dovuto prendere atto che senza il via libera formale da Washington – e in particolare senza un aggiornamento degli accordi bilaterali risalenti al 1966 – la legge non sarebbe mai passata in Parlamento prima della fine della sessione.

Il nodo di Diego Garcia e il cambio di rotta della Casa Bianca

Al centro di questa crisi diplomatica c’è Diego Garcia, l’isola più grande dell’arcipelago, che ospita una base militare anglo-americana considerata un asset strategico fondamentale per le operazioni in Medio Oriente e nell’Oceano Indiano. L’intesa siglata nel maggio 2025 prevedeva che Londra restituisse formalmente il territorio all’ex colonia ma si tenesse, per un periodo di 99 anni, il diritto di locazione sull’atollo dove insistono le infrastrutture militari, un compromesso che avrebbe garantito la stabilità operativa della base pagando un canone annuo a Mauritius. Tuttavia, se inizialmente l’amministrazione americana aveva guardato con favore a questa soluzione, definita da alcuni funzionari come “molto solida e potente”, la posizione di Trump è cambiata radicalmente nei primi mesi dell’anno, trasformandosi in una critica frontale che ha di fatto ritirato quel sostegno politico senza il quale – come ha ribadito il governo britannico – non si poteva procedere.

Le motivazioni di Londra e lo stallo legislativo

I responsabili politici del Regno Unito hanno confermato che, ad oggi, non è stato possibile raggiungere un’intesa a livello esecutivo per aggiornare l’accordo che regola l’uso congiunto della base, e questo stallo si è riversato inevitabilmente sul cronoprogramma parlamentare. La legge necessaria per attuare il trasferimento di sovranità, quindi, è scaduta senza essere votata, e fonti governative hanno lasciato intendere che non ci sia l’intenzione di riproporre un nuovo disegno di legge nel prossimo discorso del re. In altre parole, anche se formalmente Londra non ha mai ritirato completamente il trattato, la sua esecuzione è stata subordinata a una condizione – l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti – che attualmente non è più verificabile.

Le ricadute di una vicenda coloniale irrisolta

Sullo sfondo, resta la complessa eredità della decolonizzazione: l’arcipelago fu spogliato della sua popolazione originaria, i Chagossiani, tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta per fare spazio alle installazioni militari, una vicenda che ha generato per decenni battaglie legali e richieste di risarcimento. Mauritius, da parte sua, ha sempre rivendicato la sovranità su queste isole, ottenendo anche un parere consultivo favorevole dalla Corte internazionale di giustizia nel 2019 che invitava Londra a porre fine alla sua amministrazione. Con questo nuovo stallo, il futuro dell’arcipelago resta sospeso tra necessità militari, pressioni diplomatiche e una ferita storica ancora aperta.

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