Il dollaro crolla, l’euro vola: Trump affossa la moneta americana?

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Che la guerra commerciale scatenata da Donald Trump abbia come obiettivo non solo colpire i rivali ma anche indebolire il dollaro è un’ipotesi che oggi, con l’euro schizzato a 1,11 per la prima volta da cinque mesi, appare meno peregrina di quanto si potesse immaginare. A inizio gennaio, poco dopo l’insediamento del nuovo presidente americano, il cambio tra le due valute viaggiava ancora sotto quota 1,03, ma l’escalation di dazi e ritorsioni ha innescato una dinamica che sta ribaltando gli equilibri valutari.

La logica di Trump, che pure si presenta come quella del negoziatore spietato, sembra seguire un principio elementare: se non abbassi le tue barriere, io alzo le mie. Un approccio che l’Unione Europea, con il suo storico protezionismo agricolo e industriale, fatica a digerire, tanto da apparire incoerente quanto Cicciolina se avesse mai deciso di predicare la castità. La Ue, nata per bilanciare l’egemonia tedesca e la fragilità francese, oggi si trova a dover scegliere tra due opzioni: aprire un negoziato serio o sperare in un cambio di rotta a Washington.

Intanto, a pagare il conto più salato sono i colossi di Wall Street, con oltre 2.000 miliardi di dollari evaporati in poche settimane. Apple, che ha visto sfumare 274 miliardi di capitalizzazione, è solo la prima di una lista in cui compaiono Amazon (-181,9 miliardi), Nvidia (-143,4 miliardi) e Meta, che registra perdite analoghe. Persino Microsoft e Google, pur resistendo meglio, hanno subito un contraccolpo da quasi 70 miliardi ciascuna.

L’impatto dei dazi trumpiani, tuttavia, non si limita ai giganti della tecnologia. A farne le spese sono intere filiere produttive, a cominciare dall’automotive, dove le catene del valore globali rendono ogni barriera doganale un boomerang. E mentre i consumatori si preparano a rincari inevitabili, i Paesi in via di sviluppo che puntano sul protezionismo temporaneo per sostenere le proprie industrie nascenti – come Vietnam, Cambogia e Brasile – rischiano di vedere vanificati anni di politiche industriali.

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