Trump ribattezza Hormuz “Stretto di Trump” e il petrolio vola a 126 dollari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sessantaduesimo giorno della Guerra del Golfo tra Stati Uniti, Israele e Iran, e il presidente americano – ormai da oltre un anno stabilmente alla Casa Bianca dopo la rielezione che ha segnato una svolta epocale nella politica estera – sceglie ancora una volta la via della provocazione mediatica per scavalcare gli intoppi diplomatici. Nelle ultime ore, Donald Trump ha pubblicato sul suo social network Truth una mappa dello Stretto di Hormuz in cui il braccio di mare, tradizionalmente conteso con Teheran, viene ribattezzato come “Stretto di Trump”; l’immagine, come si può notare dal post, ritrae alcune petroliere che battono bandiera a stelle e strisce intentente ad attraversare in tutta tranquillità lo snodo, quasi a voler rappresentare visivamente la dottrina della “pace attraverso la forza” tanto cara al tycoon. Non è la prima operazione di questo genere: dopo aver già rinominato il Golfo del Messico come “Golfo d’America”, Trump sembra aver deciso di applicare la stessa logica di marketing territoriale al cuore pulsante del commercio energetico globale, dove ogni giorno transitano circa il 20% del petrolio mondiale e una fetta considerevole del gas naturale liquefatto. Il messaggio, diretto e privo di ambiguità, è rivolto alla Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che nelle scorse ore aveva definito le acque del Golfo Persico come l’unico luogo in cui “gli americani dovrebbero trovarsi solo sul fondo”. L’impennata del greggio – con il Brent che ha toccato i 126 dollari al barile, un livello che non si vedeva dai tempi della crisi ucraina del 2022 – rappresenta la contropartita economica di queste tensioni, alimentando un’inflazione che né Washington né i suoi alleati europei riescono più a tenere sotto controllo.

I costi stellari del conflitto e il dibattito sui 50 miliardi

Mentre Trump gioca d’azzardo sui social, il Pentagono si trova a fare i conti con una realtà molto meno iconica ma finanziariamente devastante. Se un alto funzionario del Dipartimento della Difesa ha dichiarato al Congresso che la guerra è costata finora circa 25 miliardi di dollari, fonti interne citate dalla Cnn smentiscono in modo netto questa cifra: secondo tre persone vicine al dossier, il conto reale si aggirerebbe piuttosto tra i 40 e i 50 miliardi, includendo riparazioni mai conteggiate delle basi militari prese di mira da droni e missili iraniani. Basti pensare che, come riporta il New York Times, gli Stati Uniti hanno esaurito scorte strategiche di missili intercettori Patriot – ognuno dei quali costa più di 4 milioni di dollari – per abbattere sciami di droni Shahed dal costo irrisorio di 50 mila dollari l’uno; un’asimmetria che prosciuga le casse pubbliche a un ritmo di circa un miliardo di dollari al giorno. Il segretario alla Difesa, ascoltato in audizione, ha rifiutato di rispondere alle domande dei legislatori su quanto manchi ancora per raggiungere gli obiettivi bellici, limitandosi a dire che le valutazioni sono ancora in corso. Nel frattempo, l’esercito americano starebbe valutando il dispiegamento in Medio Oriente del missile ipersonico a lungo raggio “Dark Eagle”, una tecnologia pensata per colpire obiettivi pesantemente difesi in profondità nel territorio iraniano.

La coalizione “Maritime Freedom Construct” e le trattative in stallo

Sul fronte diplomatico, l’amministrazione cerca di tamponare la falla attraverso un nuovo consorzio internazionale denominato “Maritime Freedom Construct” (Mfc). Un cablogramma interno del dipartimento di Stato, inviato martedì alle ambasciate Usa, esorta i diplomatici a fare pressione sui governi stranieri perché aderiscano a questa iniziativa che, nelle intenzioni, dovrebbe garantire “informazioni in tempo reale, indicazioni sulla sicurezza e coordinamento” per le navi commerciali. Peccato che Francia, Gran Bretagna e altri potenziali alleati abbiano già fatto sapere, come riferisce il Wall Street Journal, che parteciperebbero solo a condizione che le ostilità cessino prima di ogni intervento; una condizione che al momento appare lontana, visti gli “short and powerful” attacchi che i comandanti del Centcom – l’ammiraglio Brad Cooper su tutti – starebbero mettendo a punto per un eventuale blitz nel caso in cui la tregua saltasse definitivamente. Le offerte di pace iraniane, trasmesse via Pakistan, sono state respinte al mittente perché subordinavano la riapertura dello Stretto a una discussione posticipata sul programma nucleare, linea rossa che Trump non intende superare.

L’Iran stringe la morsa e le petroliere restano bloccate

Sul terreno, i numeri parlano più delle dichiarazioni ufficiali. Il Centcom ha reso noto che sono state bloccate 42 petroliere dirette in Iran, per una perdita secca per Teheran stimata in oltre 6 miliardi di dollari; d’altro canto, però, il regime di Khamenei riesce ancora a paralizzare il traffico delle navi nemiche attraverso l’uso di mine navali e piccole imbarcazioni lanciamissili, tenendo di fatto chiusa una delle rotte più cruciali per l’economia globale. Il presidente iraniano, in una nota ufficiale, ha ribadito che il blocco statunitense è “destinato a fallire” e viola il diritto internazionale, mentre la nuova Guida suprema esalta il controllo esercitato sull’area come una vittoria strategica nonostante i bombardamenti subiti. In questo contesto di stallo, dove nessuna delle due parti sembra in grado di sferrare il colpo decisivo senza subire danni collaterali insostenibili, il gesto di Trump – ribattezzare Hormuz con il proprio cognome – appare come l’estrema ratio di un presidente che, in assenza di vittorie sul campo, cerca l’effetto mediatico per tenere alta la pressione su Teheran.

Meta Description: Trump ribattezza Hormuz “Stretto di Trump”. Petrolio a 126 dollari nel 62esimo giorno di guerra. Usa cercano coalizione mentre i costi dello scontro salgono a 50 miliardi.

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