Stellantis, la scommessa sui quattro pilastri per uscire dal labirinto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La strategia per il gigante dell’automotive italo-francese, quella che l’amministratore delegato Antonio Filosa presenterà ufficialmente il 21 maggio a Detroit, sembra essersi infine cristallizzata intorno a una scelta precisa: puntare tutto su quattro cavalli di razza. Jeep, Ram, Peugeot e Fiat saranno i pilastri su cui il gruppo – nato dalla fusione tra Fca e Psa nel 2021 – intende ricostruire la propria redditività, concentrando la maggior parte degli investimenti su questi brand considerati “globali” e, soprattutto, redditizi. Una decisione, questa, che arriva al termine di un anno complicato come il 2025, quando si sono registrate perdite per oltre 22 miliardi di euro, dovute a una svalutazione legata al rallentamento della transizione elettrica e a un calo preoccupante delle quote di mercato tanto negli Stati Uniti quanto nel Vecchio Continente.

Un portafoglio di 14 marchi, il nodo delle sovrapposizioni

Il gruppo vanta infatti un portafoglio mastodontico di 14 costruttori – tra cui Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Citroën, Dodge, DS, Lancia, Maserati, Opel e Vauxhall – ma è proprio l’eccessiva ampiezza di questa gamma a essere finita sotto la lente d’ingrandimento degli analisti. Non si parla di chiusure imminenti, almeno per il momento; gli altri dieci marchi non verranno accantonati, verranno piuttosto riposizionati su scala più regionale o nazionale, attingendo alle piattaforme tecnologiche sviluppate dai quattro brand principali. In Europa, ad esempio, dove la crescita delle vendite dell’8% nel primo trimestre del 2026 ha ricominciato a far respirare il mercato, i brand secondari potranno sopravvivere attraverso il cosiddetto “rebadging” – ovvero commercializzando versioni leggermente ritoccate dei modelli core – oppure sfruttando la joint venture con il partner cinese Leapmotor, con cui si sta valutando la produzione di un suv elettrico per Opel.

L’analisi di Buxton e la critica alla “incoerenza strategica”

In questo clima di riassetto, è piombata come un macigno l’analisi di Chris Buxton, economista e commentatore di mercato, il quale non ha usato mezzi termini nel definire l’assetto attuale di Stellantis un "caso emblematico di incoerenza strategica". Secondo Buxton, la fusione in sé non era sbagliata, anzi: alla base c’era una logica industriale chiara, fondata su piattaforme condivise e riduzione dei costi. Il problema, a suo dire, è che il gruppo ha trasformato quell’alleanza in un "labirinto di marchi sovrapposti", dove Peugeot, Citroën, Fiat e Opel finiscono per cannibalizzarsi a vicenda sugli stessi segmenti di mercato. L’analista critica aspramente l’illusione – a suo avviso dannosa – che ogni singolo marchio del portafoglio abbia un futuro autonomo, sostenendo che l’Europa non possa reggere economicamente cinque brand di massa appartenenti allo stesso proprietario.

Fiat e i segnali di risalita dalla produzione italiana

Mentre si attendono i dettagli operativi del piano di Filosa, i primi segnali dal fronte produttivo – in particolare da Mirafiori – sembrano offrire una boccata d’ossigeno. L’introduzione della 500 Hybrid ha infatti portato a un incremento della produzione del 40% nello stabilimento torinese, un dato che il management ha letto come la prova che la strategia basata sulla "libertà di scelta" (termico, ibrido, elettrico) stia ricominciando a ingranare. In attesa dell’effetto trainante della nuova Panda, che tornerà a montare un motore a combustione abbinato al cambio manuale, la casa italiana sembra dunque voler riconquistare quella centralità nel Vecchio Continente che era stata messa in discussione dalla concorrenza cinese e dalla lentezza dell’elettrico. La sfida, nelle prossime settimane, sarà capire se questa riduzione del numero dei "sogni" (abbandonando l’idea di far crescere tutti i 14 marchi contemporaneamente) si tradurrà effettivamente in una riduzione della complessità e in un ritorno alla redditività.

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