Referendum giustizia, la marea del No travolge la riforma: dai palazzi di giustizia alle piazze, la festa di chi ha detto “no”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono bastate le prime proiezioni – quelle che, non appena rese note nel pomeriggio, hanno iniziato a delineare un quadro ormai inequivocabile – per trasformare l’attesa in un esodo spontaneo verso le piazze. A Napoli, nel largo Enrico Berlinguer, centinaia di persone si sono radunate per festeggiare un risultato che, a dispetto di certi pronostici iniziali, si è rivelato netto: il fronte del No ha resistito all’onda lunga della campagna referendaria, celebrando una vittoria che molti, tra i banchi dell’opposizione, hanno letto come un verdetto politico. Tra la folla, accanto ai militanti dei comitati per il No e ai sostenitori di Potere al Popolo, si respirava un’aria di catarsi collettiva. Ai microfoni de LaPresse, il magistrato Francesco Vicino, insieme a Davide Dioguardi del Laboratorio Insurgencia e al portavoce nazionale di Potere al Popolo Giuliano Granato, hanno raccolto la soddisfazione di una mobilitazione che ha saputo intercettare il malcontento diffuso verso una riforma percepita come divisiva.

Se nelle strade la festa era fatta di cori e bandiere, nei palazzi di giustizia l’atmosfera non era da meno. In una saletta dell’Associazione nazionale magistrati del tribunale di Napoli, una cinquantina di toghe hanno brindato con lo champagne, intonando “Bella ciao” al culmine di una battaglia che le ha viste in prima linea per mesi. Lì, tra i volti più noti della giurisdizione campana, c’era il procuratore generale Aldo Policastro – protagonista di accese polemiche con il ministro della Giustizia durante la campagna referendaria – accolto al suo arrivo da un caloroso “Aldo, Aldo” e subito circondato dai colleghi che riconoscevano in lui il simbolo della resistenza alla riforma voluta dal governo. L’abbraccio tra i presenti, le lacrime di gioia e quei brindisi raccontavano, forse più di ogni altro dato, il sollievo di una categoria che si sentiva sotto attacco.

L’analisi del voto, ormai conclamata con oltre il 53% di preferenze per il No, rivela una geografia elettorale che ha ridisegnato la mappa politica italiana. Mentre il Nord, con alcune significative eccezioni rappresentate dalle aree urbane come Torino, Roma e Milano – dove il centrosinistra ha tenuto –, ha visto prevalere il Sì soprattutto nelle province, il Sud Italia e le isole hanno risposto con un plebiscito per il No, così come l’Emilia Romagna ha confermato la sua tradizionale vocazione rossa. È in questo quadro che si inseriscono le dichiarazioni di Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, il quale ha attaccato duramente la presidente del Consiglio: “Giorgia Meloni è un’arrogante che continua sulla sua strada” – ha detto il deputato – “lei parla di andare avanti con determinazione, ma su cosa? Forse sulla riforma del premiarato o sul tentativo di smantellare un altro pezzo di Stato partendo dal presidente della Repubblica? Dobbiamo essere ancora più uniti per mandare a casa questa destra”. Una posizione, questa, sostanzialmente in linea con quella espressa da Ilaria Salis di Avs, che ha rincarato la dose sostenendo che “uno statista che si rispetti si dovrebbe dimettere”, considerando il referendum come un chiaro rigetto della “deriva autoritaria e dell’accentramento dei poteri”.

Se la sinistra rilanciava la sfida politica, dall’altra parte la premier Giorgia Meloni prendeva atto della sconfitta con toni misurati ma fermi, dichiarando sui social: “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione”, aggiungendo però che il governo andrà avanti con determinazione. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di “rammarico per un’occasione persa”, precisando di prendere atto “con rispetto della decisione del popolo sovrano”. A margine di queste dichiarazioni, un fatto interno alla magistratura ha catturato l’attenzione: le dimissioni di Cesare Parodi dalla presidenza dell’Anm, rassegnate per “motivi personali” proprio mentre lo scrutinio entrava nel vivo. Un gesto che, nella giornata della rivincita per i palazzi giudiziari, ha chiuso un capitolo istituzionale mentre se ne apriva un altro, fatto di festeggiamenti che, da piazza Barberini a Roma – dove la Cgil ha organizzato una manifestazione per “l’avvio di una nuova primavera” – fino a piazza Politeama a Palermo, hanno restituito l’immagine di un Paese che ha scelto di dire no alla riforma.

Tra il verdetto delle urne e la sfida nelle piazze

L’esito referendario, che ha visto prevalere il No con oltre 14 milioni di voti, non è stato solo un dato aritmetico ma ha rappresentato un banco di prova per la tenuta della maggioranza di governo. In molte città del Nord, dove pure il Sì ha ottenuto i suoi migliori risultati, le sacche di resistenza sono emerse nei grandi centri urbani, a dimostrazione di come la frattura tra città e provincia abbia pesato sul risultato finale. Il Movimento 5 Stelle, presente in piazza con i propri vessilli, ha letto questo risultato come l’inizio di una “nuova stagione”, mentre il segretario del Pd Elly Schlein ha invitato l’esecutivo a riflettere sulle altre riforme in cantiere, a partire da quella sul premierato.

Gli animi, insomma, restavano accesi. A Napoli, i festeggiamenti nel tempio della giustizia avevano un retrogusto amaro per alcuni dei protagonisti della campagna del Sì, finiti nel mirino dei cori dei magistrati. Eppure, nella confusione della domenica post-voto, ciò che emergeva chiaro era la conferma di una polarizzazione estrema: da un lato il governo che prometteva di proseguire imperterrito, dall’altro un’opposizione che rivendicava un mandato popolare a “cambiare passo”. Nel mezzo, il dato inconfutabile di una partecipazione elettorale vicina al 59%, una percentuale da elezioni politiche che ha restituito dignità a una consultazione giudicata da molti come un test fondamentale per il futuro istituzionale del Paese.

Le ragioni del voto tra conservazione costituzionale e dissenso politico

Le analisi sui flussi elettorali hanno restituito un quadro sfumato delle motivazioni che hanno spinto gli italiani a recarsi alle urne. Tra quanti hanno scelto il Sì, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è risultata la ragione principale, seguita dalla divisione del Consiglio superiore della magistratura e dall’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare. Sul fronte opposto, invece, la spinta maggiore è arrivata dal desiderio di non modificare la Costituzione, un sentimento trasversale che ha unito elettori di diverso orientamento politico. Tuttavia, il dato più significativo è emerso dall’analisi del cosiddetto “voto politico”: se in generale il 28% degli elettori ha ammesso di aver votato principalmente per dare un segnale alla politica, la percentuale schizza al 34% tra i sostenitori del No, a testimonianza di come la consultazione sia stata utilizzata come strumento di opposizione al governo. Una lettura, questa, che legittima le dichiarazioni di chi, come i leader di Avs o del M5S, ha interpretato il risultato come un “avviso di sfratto”.

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