La Spezia, il grido della famiglia Youssef: "Giustizia per Aba, a scuola si muore"
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Redazione Interno
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Cartelli di protesta, gialli, sono comparsi prima davanti all'obitorio e poi in prefettura, con scritte che accusano senza mezzi termini: “La scuola è complice”, “I professori sono complici”, trasformando in slogan di rabbia il lutto per Abanoub Youssef, lo studente egiziano ucciso all’interno dell’istituto “Domenico Chiodo”. Scene di un dolore primordiale, quelle fuori dai luoghi della morte e del potere, dove la madre del ragazzo, straziata, rifiutava ogni conforto mentre il padre, annichilito, stringeva e agitava la foto del figlio, da lui chiamato “Aba”, in una litania muta di disperazione. Un lutto che ha spinto il sindaco Pierluigi Peracchini a proclamare un giorno di lutto cittadino in concomitanza con i funerali, gesto istituzionale che però non placa l’ondata di interrogativi e di accuse su quanto sia accaduto tra quelle mura che, come recita uno degli striscioni, “dovrebbero essere un luogo sicuro, non di morte”.
Le promesse del ministro e le denunce inevase
La ricerca di risposte, oltre che nelle piazze, ha seguito il canale formale di un incontro in prefettura con il ministro dell'Istruzione, un colloquio a cui hanno partecipato il padre di Abanoub e lo zio, Abram Attia, che di fatto agisce come portavoce di una famiglia profondamente radicata nel tessuto economico spezzino. Attia, pur esprimendo una cauta soddisfazione per l’incontro, ha subito rivelato la sostanza delle rassicurazioni ottenute: la promessa di una giustizia celere e, soprattutto, l’impegno del governo ad intervenire con misure concrete per la sicurezza degli studenti negli edifici scolastici. Promesse che suonano come un implicito riconoscimento di un fallimento, confermato dalla rivelazione dello stesso zio, secondo cui le minacce dell’omicida, Zouhair, nei confronti di Abanoub e di altri non erano affatto un segreto ignoto ai responsabili dell’istituto.
La ricostruzione di un movente insensato
Mentre le indagini procedono, un frammento cruciale per comprendere la dinamica della tragedia emerge dalla testimonianza di Stefania, ex fidanzata di Zouhair, la quale, tra sgomento e paura per le ripercussioni sulla propria famiglia, offre una chiave di lettura sconcertante. Secondo la giovane donna, tutto sarebbe nato da “una stupida foto di terza elementare”, un pretesto remoto e apparentemente insignificante che, però, era già stato alla base di tensioni precedenti, da lei stessa tentate di mediare. La sua rabbia, espressa in un post divenuto pubblico, è diretta contro chi strumentalizza il fatto con pettegolezzi, mentre sottolinea il suo inutile tentativo di placare gli animi, gettando una luce sinistra su una vicenda di ossessioni personali e rancori mai sopiti, maturati nell’inadeguato controllo di un ambiente che avrebbe dovuto essere protetto.
Le contraddizioni di un sistema sotto accusa
Il caso, dunque, trascende i confini di una semplice lite finita in tragedia e si trasforma in un emblematico processo alla capacità delle istituzioni scolastiche di prevenire e gestire il conflitto. Le accuse di complicità rivolte alla scuola dai cartelli di protesta, seppur espresse nella crudezza della sofferenza, trovano un inquietante parallelo nelle dichiarazioni della famiglia, che parla di segnalazioni note e non affrontate. La proclamazione del lutto cittadino, se da un lato unisce simbolicamente la collettività nel cordoglio, dall’altro non può che sottolineare la gravità di un episodio che ha violato un spazio considerato inviolabile, sollevando domande urgenti sulle responsabilità di chi, a vario Titolo, era a conoscenza di un pericolo poi concretizzatosi in un omicidio.




