Beast of Reincarnation, la recensione del nuovo action RPG di Game Freak

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Sono passati sei anni dall’inizio dei lavori su Beast of Reincarnation e tre dall’annuncio ufficiale, avvenuto sotto il titolo di Project Bloom. Tempistiche ormai quasi comuni nell’industria videoludica, tanto che a fare notizia non è soltanto il periodo trascorso, ma anche il fatto che dietro al progetto ci sia Game Freak, il team giapponese che da trent’anni a questa parte ha sviluppato quasi esclusivamente giochi della serie Pokémon.

Beast of Reincarnation, uscito il 4 agosto su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC, rappresenta per lo studio nipponico un coraggioso tentativo di ampliare i propri orizzonti, abbandonando le creature tascabili per abbracciare un action JRPG dalla veste più cupa e matura. Il risultato, però, si rivela un’opera che, nonostante un’impalcatura solida e un’idea di fondo affascinante, fatica a mantenere le promesse suggerite dal suo comparto artistico di pregevole fattura.

L’ambientazione e la trama: un Giappone post-apocalittico tra segreti e cliché

Il gioco ci trasporta in un Giappone distopico dell’anno 4026, devastato da una misteriosa piaga che ha trasformato la natura e dato vita a creature mostruose, robot senz’anima e giganteschi guardiani chiamati Nushi. Vestiamo i panni di Emma, una giovane guerriera emarginata dalla società a causa della sua afflizione, una condizione che le consente di assorbire la piaga ma che l’ha privata di emozioni e ricordi.

Al suo fianco, l’unico compagno di viaggio è Koo, un cane-lupo segnato dalla stessa maledizione, che rappresenta per lei non solo un alleato in battaglia, ma l’unico legame affettivo possibile in un mondo ostile. La premessa narrativa è senza dubbio intrigante e si rifà a temi cari al filone post-apocalittico, strizzando l’occhio a opere come NieR: Automata per la malinconia di fondo e il senso di solitudine che permea l’avventura.

Purtroppo, lo sviluppo della trama finisce spesso per arenarsi in una serie di cliché tipici del JRPG, con colpi di scena prevedibili e un cast di personaggi secondari che, sebbene ben disegnati, non ricevono lo spazio necessario per essere approfonditi. Il gioco cerca di costruire un racconto stratificato, basato sui segreti dei protagonisti e sulla loro interazione, ma la narrazione viene talvolta appesantita da dialoghi che interrompono il ritmo dell’azione e da una gestione dei tempi che fatica a creare un vero senso di coinvolgimento emotivo.

Il sistema di combattimento: l’eleganza della katana e l’intelligenza di Koo

Il gameplay di Beast of Reincarnation si sviluppa attorno a un sistema di combattimento che è, senza dubbio, il suo elemento di punta. Il cuore dell’esperienza è il parry, una meccanica che richiede tempismo e precisione, premiando i giocatori più abili con la possibilità di sbilanciare i nemici e infliggere danni ingenti. Si tratta di un sistema che richiama alla mente le dinamiche di Sekiro: Shadows Die Twice, ma con una finestra di esecuzione più permissiva, che rende l’approccio meno punitivo rispetto ai puristi del soulslike.

A rendere il tutto originale è però il rapporto simbiotico tra Emma e Koo. Il compagno canino non è un semplice spettatore, ma un elemento attivo e fondamentale: parando gli attacchi, Emma accumula dei punti che le permettono di attivare un menu di comando, simile a quello di un JRPG a turni, per scatenare le abilità speciali di Koo. Questa meccanica, che rallenta il tempo durante la selezione, aggiunge uno strato tattico inaspettato, permettendo di gestire la battaglia con maggiore strategia e di creare combinazioni letali.

L’idea di fondo è valida e divertente, ma anche qui emerge il principale difetto del titolo: la ripetitività. La varietà di nemici è limitata, e ci si ritrova presto ad affrontare gli stessi avversari, con gli stessi pattern di attacco, riducendo la sfida a una mera esecuzione meccanica. Anche i boss, nonostante il loro impatto visivo, spesso ripropongono le stesse dinamiche, perdendo quella sensazione di epicità e unicità che ci si aspetterebbe da scontri tanto attesi.

Esplorazione e progressione: un mondo affascinante ma poco ricompensante

Il mondo di gioco è strutturato in ampie zone semi-aperte, collegate tra loro in modo lineare, che offrono un discreto margine di libertà nell’esplorazione. Le ambientazioni, che spaziano tra rovine urbane ricoperte di vegetazione, montagne e caverne, sono un vero piacere per gli occhi, grazie a una direzione artistica curata e a una colonna sonora che riesce a creare un’atmosfera sognante e malinconica. Le abilità di movimento di Emma, come l’utilizzo dei capelli per creare piattaforme o il rampino per raggiungere luoghi elevati, rendono l’esplorazione fisicamente piacevole e dinamica.

Tuttavia, il desiderio di esplorare ogni anfratto viene presto smorzato dalla scarsità di ricompense interessanti. I tesori e gli oggetti collezionabili non sono mai abbastanza significativi da giustificare lunghe deviazioni dal percorso principale, e ci si rende presto conto che al di là delle belle vedute, lo scenario è spesso vuoto o ripetitivo.

Anche il sistema di progressione, che include alberi delle abilità e potenziamenti per l’equipaggiamento, soffre della stessa mancanza di profondità: le abilità di Emma, per quanto possano sembrare potenti sulla carta, finiscono per essere secondarie rispetto all’efficacia del parry, e le personalizzazioni disponibili non cambiano radicalmente l’approccio al combattimento. L’unica eccezione è rappresentata ancora una volta da Koo, le cui abilità offrono un ventaglio di scelte più variegato e influente sulla strategia di gioco.

Un’opera dal potenziale inespresso

Beast of Reincarnation è un titolo che fa ben sperare per il futuro di Game Freak al di fuori del mondo Pokémon. Dimostra che lo studio ha le capacità tecniche e la volontà di cimentarsi con progetti più ambiziosi e maturi, confezionando un prodotto che, in termini di pura estetica e sonoro, non ha nulla da invidiare ad altri blockbuster. L’idea di un action RPG che basa la sua dinamica sul legame tra una ragazza e il suo cane è vincente, e i momenti in cui il combat system funziona a pieno regime sono genuine esplosioni di divertimento.

Purtroppo, la ripetitività delle situazioni, la poca varietà di nemici e una narrazione che non riesce a distaccarsi dai canoni del genere, appesantiscono un’esperienza che si attesta su una durata di circa 25-30 ore. È un gioco che sembra continuamente sul punto di spiccare il volo, per poi arenarsi in scelte di design troppo sicure e poco coraggiose.

Per i fan degli action giapponesi e per chi è semplicemente curioso di vedere un nuovo volto di Game Freak, resta comunque un’avventura godibile, a patto di accettare i suoi limiti e di non cercare in esso un capolavoro destinato a rivoluzionare il genere.

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