La sfida di Penelope Cruz a Cannes tra “La bola negra” e la memoria di Lorca
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Redazione Cultura e Spettacolo
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CANNES. Quel che colpiva, nella proiezione in concorso di “La bola negra”, non era soltanto la durata di quegli applausi – oltre un quarto d’ora, dicono alcuni, quasi venti minuti per altri – quanto l’intensità di un silenzio che li aveva preceduti. Perché il film dei registi spagnoli Javier Ambrossi e Javier Calvo (noti al pubblico come ‘Los Javis’) non concede tregua allo spettatore: lo trascina in un viaggio emotivo che attraversa tre momenti cruciali della storia della Spagna, intrecciando il desiderio, il dolore e la ricerca di un’identità troppo spesso messa a tacere. E in quella sala gremita del Festival, dove il cinema diventa spesso celebrazione di sé, a emergere è stata la sincerità di un’opera che si sporca le mani con la materia pesante della memoria.
Penélope Cruz, del resto, lo ha spiegato con quella franchezza che la contraddistingue: “Fare questo film è stata una cosa importante”. Una frase, la sua, che suona quasi come un atto di responsabilità più che come una semplice promozione. L’attrice, che nel film interpreta un ruolo secondario (quello di Nené, una cantante di cabaret costretta a intrattenere le truppe franchiste), ha confessato durante la conferenza stampa un retroscena che avrebbe potuto cambiare le sorti del set. A poche ore dall’inizio delle riprese di una scena delicata – girata su un carro armato, mentre intonava una canzone – ricevette una chiamata dai medici che ipotizzava un possibile aneurisma cerebrale. Scelse di non fermarsi, di finire quella sequenza e di piangere solo dopo, il giorno seguente, quando la paura si rivelò infondata. Una rivelazione, la sua, che ha aggiunto un ulteriore strato di gravità a un progetto già di per sé complesso.
L’eredità ritrovata di García Lorca e il coraggio della memoria queer
Alla base di “La bola negra” c’è un’operazione culturale tanto ambiziosa quanto rischiosa: ridare voce a un fantasma, quello di Federico García Lorca, partendo dai frammenti di un’opera teatrale che lo stesso poeta lasciò incompiuta prima di essere ucciso durante la Guerra civile spagnola. Di quel testo originale, ‘La bola negra’ per l’appunto, sono state ritrovate soltanto quattro pagine manoscritte, nelle quali si raccontava di un club esclusivo che decideva l’ammissione di un giovane aristocratico gay attraverso una votazione segreta fatta con biglie di vetro. A queste pagine, i due registi hanno aggiunto la materia drammatica di “La piedra oscura” di Alberto Conejero, una pièce che immagina l’incontro tra Rafael Rodríguez Rapún (amante di Lorca e membro del fronte repubblicano) e il suo carceriere falangista, Sebastian, nei giorni che precedono l’esecuzione del prigioniero.
Non è un caso, quindi, se Javier Ambrossi, sul red carpet, abbia voluto ricordare a tutti che Lorca “fu assassinato dal fascismo perché era gay”, sottolineando con una certa asprezza che chi spera in un arretramento dei diritti Lgtbiq+ dovrà fare i conti con la presenza ostinata di chi, come loro, continua a lottare. La struttura del film, che alterna le storie di Carlos nel 1932, Esteban nel 1935 e Alberto nel 2017, non è mai lineare: si concede divagazioni oniriche, numeri musicali e momenti di pura astrazione poetica, quasi a voler dimostrare che la fantasia è l’unico territorio davvero libero dalla repressione. E se la critica internazionale ha parlato di “eccesso di metraggio” o di “stile magniloquente”, ha dovuto anche riconoscere che una “epopea bellica gay” di questa portata non si vedeva da tempo.
Un red carpet di chiusura tra paillettes e istanti sospesi
Mentre la giuria (presieduta da Park Chan-wook e composta, tra gli altri, da Demi Moore e Stellan Skarsgard) si apprestava a decretare la Palma d’oro, la Croisette viveva le sue ultime ore di ‘cinema diffuso’ con la cerimonia di chiusura del 23 maggio. Per l’ultima volta, attori e ospiti hanno affrontato la celebre ‘Montée des Marches’. Isabelle Huppert, fedelissima alla kermesse, ha sfoggiato un tripudio di paillettes, mentre accanto a lei sfilavano Eva Longoria e, naturalmente, la stessa Cruz, che ha chiuso idealmente il cerchio di una carriera che a Cannes trova sempre una conferma.
Se i pronostici della vigilia vedevano in lizza anche ‘Coward’ di Lukas Dhont e ‘Fatherland’ di Pawel Pawlikowski, ‘La bola negra’ restava comunque tra i titoli più chiacchierati. Per Penélope Cruz, del resto, l’emozione provata durante la proiezione – quando le lacrime hanno tradito il suo contegno di fronte a un abbraccio corale con Tilda Swinton e i due registi – è valsa più di qualsiasi premio. Perché come ha ricordato Javier Calvo, citando il poeta: “Hay que recordar hacia mañana”. Bisogna ricordare in vista del domani, anche se quel domani, nel cinema come nella vita, non è mai scritto.




