Fumata nera, ma Parolin resta in pole position: il conclave 2025 si gioca sul segretario di Stato
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Redazione Interno
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Nessuna sorpresa, alla fine. La prima fumata è nera, come da copione, e il ritardo – quasi due ore oltre i tempi previsti – ha fatto il resto, alimentando quel turbinio di voci che accompagna ogni conclave che si rispetti. Prove, tattiche, calcoli: tutto rientra nel gioco, ma a emergere con chiarezza è già un nome, quello di Pietro Parolin, segretario di Stato e papabile più accreditato. Sulla carta, potrebbe contare tra i quaranta e i cinquanta voti, ma dove si sia fermato il conteggio ieri sera resta un mistero.
A Schiavon, il paese veneto dove Parolin è nato, l’attesa si è trasformata in una scaramanzia laica. Niente gruppi di preghiera organizzati, nessuna tifoseria sfacciata, solo occhi fissi sul camino della Sistina – «fuma, non fuma?» – mentre al bar o in famiglia si commenta a mezza voce. Persino il traffico sulla Marosticana, strada che gli abitanti attraversano non senza un segno della croce, sembra rallentare. C’è chi, in paese, conserva già quelle che scherzosamente chiama «reliquie»: biglietti, foto, ricordi di un cardinale che ora potrebbe diventare Pontefice.
I vaticanisti, intanto, provano a leggere tra le righe di un voto ancora opaco. Parolin è in testa, ma non mancano altri nomi: Pizzaballa, Tagle, López Romero. Caterina Maniaci, giornalista di Libero, ammette: «Io tifo per Pizzaballa, anche se le sue chance sono basse. È colto, pastorale, abituato a vivere in territori difficili». Ma il vero termometro resta il segretario di Stato, su cui si concentra il primo, vero referendum. Come accadde con Ratzinger nel 2005 e Bergoglio nel 2013, il conclave 2025 sembra riproporre la stessa dinamica: un test iniziale sul candidato più forte, prima di eventuali sorprese.




