Gaza, vittime del freddo e dei crolli dopo la tempesta Byron

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La furia degli elementi si è abbattuta su una striscia di Gaza già stremata, unendo la propria violenza a quella di un conflitto che non conosce soste, e il bilancio, inevitabilmente, è tragico. Almeno sedici persone, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Wafa citando fonti sanitarie locali, hanno perso la vita in meno di ventiquattr'ore a causa del freddo pungente e del cedimento di edifici resi instabili dai ripetuti attacchi degli ultimi due anni. La tempesta Byron, con le sue piogge torrenziali, ha agito da detonatore in un panorama di devastazione dove nulla, ormai, regge più alla forza della natura: le violente precipitazioni hanno causato il crollo di almeno quindici strutture, trasformando quelle che un tempo erano strade in pericolosi corsi d'acqua melmosa e sporca che invadono ogni spazio.

Una catastrofe nella catastrofe

La situazione, già al limite della sopravvivenza per centinaia di migliaia di persone costrette a vivere tra le macerie o in tende di fortuna, è precipitata in una nuova emergenza umanitaria. Il maltempo estremo ha messo in luce, se mai ce ne fosse stato bisogno, la fragilità assoluta di un tessuto sociale e abitativo ridotto al collasso: interi campi per sfollati sono allagati, mentre la mancanza di abiti caldi, di gas per riscaldarsi o persino di legna da ardere rende il gelo notturno un pericolo mortale tanto quanto le bombe. Alcuni, purtroppo, non ce l'hanno fatta, schiacciati dal crollo di muri o sepolti sotto le proprie abitazioni, come accaduto nel quartiere di Rimal dove un muro è caduto su un gruppo di tende.

Il quadro desolante degli aiuti

Quello che servirebbe, per far fronte a una simile calamità in un contesto così deteriorato, è qualcosa di più di una semplice assistenza d'emergenza. Servirebbero, come sottolineano gli operatori sul campo, montagne di sabbia per arginare le acque, sistemi di pompaggio, materiali da costruzione per rinforzare ripari di fortuna e sostenere le tende contro la furia del vento. Elementi di cui, però, si fa un gran parlare ma che faticano concretamente ad arrivare, bloccati da una logistica paralizzata e da un accesso agli aiuti che rimane estremamente limitato e precario, nonostante i discorsi internazionali sulla tregua. Il sistema fognario, del resto, è in gran parte inesistente, le infrastrutture civili sono state polverizzate e la distribuzione dei beni di prima necessità procede a singhiozzo.

Un conteggio che potrebbe aggravarsi

Fonti ospedaliere citate da emittenti locali parlano di almeno quattordici vittime, tra le quali figurerebbero anche tre bambini, uccise dal gelo e dalle condizioni meteorologiche proibitive. Un numero, questo, che si affianca a quello fornito da Wafa e che descrive la medesima realtà di sofferenza, con lievi scostamenti nei conteggi che sono usuali nella prima fase di simili emergenze. La tempesta, passata ormai verso est, lascia dunque dietro di sé una scia di fango e di morte, aggravando una crisi umanitaria che sembra non trovare mai un argine, mentre la popolazione civile, stremata da due anni di guerra, si trova a combattere su un nuovo, insidioso fronte fatto di ipotermia, di strutture pericolanti e di un ambiente diventato esso stesso ostile.

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