Gaza, il gelo uccide più della guerra. Tempesta Byron fa sedici vittime
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Mentre l’attenzione internazionale, distratta dalle festività, oscilla tra le notizie di possibili tregue e gli ultimi raid residui, a Gaza si muore di freddo. La tempesta Byron, che ha investito la Striscia con piogge torrenziali e un vento che strappa via tutto, ha esposto senza pietà la vulnerabilità di una popolazione stremata da mesi di conflitto. Sono sedici, secondo gli ultimi bilanci diffusi dalle autorità sanitarie locali e riportati da emittenti come Al Jazeera, le persone che hanno perso la vita a causa delle condizioni meteorologiche estreme; tra loro, tre erano bambini, il più piccolo dei quali aveva appena otto mesi. Le loro esistenze, già fragilissime dopo essere state sradicate dalle proprie case, sono state spente dal gelo e dall’acqua che ha allagato i campi per sfollati, trasformando le tende in trappole umide e inospitali. Una tragedia nella tragedia, che si consuma lontano dai riflettori dei negoziati, mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si reinsedia alla Casa Bianca, in un quadro geopolitico i cui sviluppi potranno influenzare anche questo conflitto lontano.
Una catastrofe umanitaria amplificata dal maltempo
La testimonianza di operatori umanitari sul terreno, come quella di Caroline Seguin di Medici Senza Frontiere, descrive una notte “molto difficile” per gli abitanti della Striscia, costretti a lottare non solo contro la paura dei bombardamenti ma contro gli elementi scatenati. Francesco Sacchi, capo missione di Emergency a Deir Al Balah, conferma un quadro desolante, dove ai razzi che ancora occasionalmente cadono si sommano le insidie del maltempo, in una crisi senza fine. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dal canto suo, ha denunciato come Israele impedisca l’ingresso di materiale essenziale per rendere più resistenti i rifugi di fortuna, lasciando la gente esposta alle intemperie. Le forti piogge hanno causato inondazioni diffuse, facendo crollare le già precarie strutture abitative e rendendo impraticabili le strade, mentre il freddo intenso, in assenza di vestiario adeguato, carburante per riscaldarsi e medicine, diventa un killer silenzioso e letale.
L’appello di Abu Mazen e l’isolamento della Striscia
In un contesto di sofferenza così acuto, la voce del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, si è levata in un forum politico italiano per chiedere a Roma il riconoscimento formale dello Stato di Palestina, un atto che, al di là del valore simbolico, punta a riportare la questione al centro del dibattito diplomatico europeo. Un appello che risuona mentre, sul campo, la priorità assoluta resta la sopravvivenza quotidiana. La tempesta Byron, del resto, non ha fatto che aggravare una situazione umanitaria già al collasso, dove gli aiuti faticano ad arrivare e le infrastrutture, dai sistemi sanitari a quelli idrici, sono ormai distrutte. Molti di coloro che sono sopravvissuti alla guerra si trovano ora a dover affrontare una battaglia contro il clima, in condizioni che negano qualsiasi forma di dignità e sicurezza.
Il racconto dal terreno tra raid e freddo estremo
Quello che emerge dai resoconti è l’immagine di un territorio martoriato su tutti i fronti. Se da un lato i raid aerei non sono del tutto cessati, come ricorda l’operatore di Emergency citando un edificio colpito a poche centinaia di metri dalla sua abitazione, dall’altro la natura sembra essersi alleata con la guerra per mettere alla prova gli ultimi residui di resistenza di una popolazione civile. Le case, quelle poche rimaste in piedi, non offrono riparo sufficiente; le tende, spesso poco più di teli di plastica e brande, vengono spazzate via dall’acqua e dal vento. In questa disperazione, la morte per ipotermia, specialmente per i più piccoli e gli anziani, diventa un evento tragico ma purtroppo prevedibile, l’ultimo anello di una catena di privazioni che ha ridotto Gaza a un cumulo di macerie materiali e umane.




