Bob Wilson, il rivoluzionario del teatro che ha trasformato il gesto in poesia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si è spento a 83 anni Robert Wilson, figura seminale della scena contemporanea, capace di ridefinire i confini tra teatro, arte visiva e architettura. La sua morte, avvenuta il 31 luglio nel Watermill Center da lui fondato alle porte di New York, chiude un’esistenza spesa a plasmare un linguaggio radicale, fatto di silenzi dilatati, movimenti meticolosi e immagini ipnotiche. Nato in Texas nel 1941, Wilson – che tutti chiamavano semplicemente “Bob” – non proveniva dal mondo dello spettacolo, bensì da quello dell’architettura, disciplina studiata sotto la guida di Paolo Soleri, il visionario ideatore di Arcosanti. Fu proprio questa formazione a influenzare la sua estetica: le sue opere, infatti, erano costruite come macchine perfette, dove ogni elemento scenico, dal gesto alla luce, obbediva a una geometria rigorosa.
Nonostante l’assenza di un legame formale con l’audiovisivo, Wilson seppe elevare il movimento a forma d’arte pura, trasformando i corpi degli attori in sculture viventi. Le sue regie, spesso prive di dialoghi convenzionali, sfidavano lo spettatore a immergersi in un flusso di emozioni primarie, dove il tempo sembrava sospendersi. «Il più importante artista d’avanguardia del mondo», lo definì il New York Times, e non a torto: da cinquant’anni, il suo lavoro ha influenzato generazioni di creativi, dal teatro alla danza, fino alle arti visive.
L’Italia, con cui Wilson mantenne sempre un rapporto privilegiato, gli ha reso omaggio più volte. Quest’anno, in primavera, aveva presentato a Firenze un’opera dedicata a Fernando Pessoa, coprodotta con la Francia e andata in scena alla Pergola. Pochi mesi prima, aveva reinterpretato la Pietà Rondanini di Michelangelo, dimostrando ancora una volta come il suo sguardo sapesse attraversare epoche e discipline.




