Il governo taglia le accise sui carburanti per frenare i rincari del petrolio legati alla crisi nel Golfo Persico
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Redazione Economia
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Il prezzo del greggio continua la sua inesorabile corsa al rialzo, un’escalation che trova le sue ragioni profonde negli ultimi bombardamenti che hanno preso di mira i giacimenti nel cuore del Golfo Persico, quelli stessi da cui dipende una fetta consistente degli equilibri energetici globali. L’indice di riferimento per il vecchio continente, il Brent, ha scavalcato in poche ore la soglia dei 108 dollari al barile, segnando un balzo di circa quattro punti percentuali in un solo giorno e portando il rincaro complessivo, dall’inizio delle ostilità, a superare il cinquanta per cento. Un'impennata che riporta la quotazione del greggio ai fasti - se così si possono definire - dell'estate del 2022, quando la guerra in Ucraina aveva già messo in ginocchio le economie occidentali. La ragione immediata di questo nuovo shock è da ricercarsi nella situazione di stallo che paralizza lo Stretto di Hormuz, quel sottile corridoio marittimo la cui importanza strategica è pari solo alla sua vulnerabilità: da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e gran parte del gas liquefatto diretto in Europa e in Asia, un flusso vitale ora interrotto dagli attacchi e dalle contromisure militari che si susseguono senza tregua.
L’effetto concreto, al netto delle fluttuazioni dei mercati e della volatilità che caratterizza questi giorni, è un'impennata dei costi alla pompa che il governo italiano ha cercato di contrastare con un intervento d'urgenza, varato in un Consiglio dei ministri lampo della durata di appena mezz’ora. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha optato per un taglio delle accise, una misura che incide direttamente sul prezzo finale, riducendo il costo di benzina e diesel fino a venticinque centesimi al litro; l’obiettivo dichiarato è quello di scendere sotto la soglia psicologica dei due euro, un tetto che era stato ampiamente superato nelle ultime settimane. Parallelamente alla riduzione della componente fiscale, il decreto introduce un meccanismo di vigilanza più stringente, affidato alla Guardia di Finanza e all’Antitrust, per scongiurare eventuali manovre speculative lungo la filiera, sanzionando quei distributori o quei fornitori che dovessero discostarsi ingiustificatamente dall'andamento reale del greggio.
L’autotrasporto e la pesca, settori in prima linea nella richiesta di sostegno
Se per le famiglie il provvedimento punta ad alleviare il peso dei rifornimenti quotidiani, per le imprese, e in particolare per quelle dell’autotrasporto, l’intervento si concretizza in un credito d’imposta pensato per assorbire parte dei maggiori costi operativi. Un settore, quest’ultimo, che si trova a fare i conti non solo con il caro-gasolio ma anche con le ripercussioni indirette del blocco navale. Il presidente della sezione Trasporti e Logistica di Confindustria Toscana Nord, Federico Albini, ha descritto in questi giorni un quadro di incertezza senza precedenti: il blocco di Hormuz, ha spiegato, non ferma soltanto le petroliere ma blocca anche le navi container, imbarcazioni ferme in attesa di istruzioni in un’area che rappresenta un crocevia obbligato per il commercio globale. Le conseguenze, in termini di ritardi nelle consegne e di difficoltà nel programmare il futuro, rischiano di ripercuotersi sull’intera filiera produttiva, ben oltre il costo immediato del pieno di carburante.
Oltre al comparto logistico, il decreto ha riservato un’attenzione specifica anche a quello ittico, con un credito d’imposta del venti per cento per l’acquisto di carburante destinato alla pesca, una misura che assorbirà risorse per dieci milioni di euro nei prossimi tre mesi. Un intervento, questo, che mira a evitare che l’aumento dei costi operativi si traduca in una riduzione dell’attività o, al contrario, in un rincaro dei prodotti ittici destinati al consumo. La scelta del governo di intervenire sulle accise, anziché limitarsi a bonus selettivi per i redditi più bassi come inizialmente ipotizzato, segna un cambio di passo rispetto alle prime valutazioni, quando si preferiva un approccio più mirato per evitare di gravare eccessivamente sulle casse pubbliche. Il taglio, la cui durata è prevista in circa venti giorni, comporta per lo Stato una rinuncia a centinaia di milioni di euro di entrate fiscali, un sacrificio che l'esecutivo si è detto pronto a reiterare qualora la crisi internazionale dovesse protrarsi.




