Ebola, l'Oms chiede un cambio di passo: «La risposta va triplicata» e la sfida è la fiducia
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Redazione Salute
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Il richiamo è arrivato chiaro e netto, quasi un grido lanciato in una sala piena di attese e di paure, a Bunia, dove il cuore della crisi sembra pulsare con un'evidenza che i bollettini ufficiali faticano a raccontare.
Davanti a sopravvissuti che portano sul volto il peso di una malattia che ha strappato loro affetti e certezze, a donne che combattono per la sopravvivenza quotidiana delle loro famiglie, a giovani che chiedono un futuro diverso, a operatori sanitari al limite delle forze e a leader locali che tentano di tenere insieme comunità lacerate, la richiesta rivolta ai responsabili della sanità internazionale è stata semplice, quasi disarmante nella sua essenzialità: «Coinvolgeteci».
Una parola soltanto, eppure al suo interno si cela l'intera, complessa geografia di questa epidemia, fatta di case dove si cerca un aiuto che spesso non arriva, di strade lungo le quali le notizie viaggiano più veloci del virus stesso, di voci false che germogliano nei mercati e nei crocevia, e di quel punto preciso, drammaticamente umano, in cui la fiducia nel sistema sanitario si incrina irreparabilmente, spingendo una famiglia a chiudere la porta in faccia a chi vorrebbe curarla.
La velocità del contagio e il monito di un pioniere
Il campanello d'allarme, a scuotere le coscienze di chi ancora segue l'evolversi della situazione, è suonato con forza in queste ultime ore: l'Ebola, infatti, si starebbe propagando a una velocità mai vista prima, un'accelerazione che mette in seria difficoltà i sistemi di contenimento e di risposta messi in campo.
A lanciare questo allarme, in un'intervista rilasciata al quotidiano francese Le Monde, è stato uno dei co-scopritori del virus, il virologo congolese Jean-Jacques Muyembe, una vera e propria istituzione nel campo della ricerca biomedica, che ha saputo cogliere con lucidità la gravità del momento.
In soli tre mesi, un lasso di tempo sorprendentemente breve per la dinamica di queste malattie, il numero delle vittime causate dal virus ebolavirus si avvicina pericolosamente al bilancio complessivo del 2018, un anno in cui però l'epidemia ebbe modo di dispiegarsi per ben diciotto mesi, lasciando intendere quanto la situazione attuale sia, se possibile, ancora più critica e imprevedibile.
Ritardi nell'individuazione e un'emergenza dimenticata
Il professor Muyembe, che a 84 anni continua a ricoprire con dedizione il ruolo di direttore dell'Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa, non ha esitato a puntare il dito contro una delle principali criticità che hanno caratterizzato questa fase emergenziale, ovvero l'individuazione tardiva dell'epidemia stessa, un ritardo che ha permesso al virus di guadagnare terreno prezioso e di radicarsi in aree difficilmente raggiungibili dai presidi sanitari.
L'epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, nonostante il tema sia ormai sparito dai radar dei media mainstream, schiacciato da altre crisi internazionali e da un'attenzione pubblica sempre più volatile, non è stata affatto sconfitta e resta a tutti gli effetti un'emergenza sanitaria di primaria grandezza, che richiede uno sforzo globale continuo e coordinato.
Anzi, stando ai dati più recenti diffusi dalle autorità sanitarie locali, la diffusione del virus, che provoca febbre emorragica e presenta un tasso di mortalità particolarmente elevato, continua a crescere a un ritmo che molti esperti non hanno esitato a definire senza precedenti, mettendo in luce tutta la fragilità di un sistema di risposta che appare inadeguato di fronte alla portata della sfida.
I numeri, il vaccino e la sfida della sfiducia
I numeri, del resto, parlano un linguaggio crudo e ineludibile, con i decessi che hanno ormai superato quota 2.500 e che continuano ad aumentare in maniera preoccupante di settimana in settimana, in quella che rappresenta la diciassettesima ondata che colpisce il Paese e che si conferma essere la più letale di tutte, un triste primato che impone una riflessione approfondita sulle strategie di prevenzione e di cura attualmente in uso.
In questo quadro drammatico, la speranza è affidata a un vaccino che però, come sottolineato da più parti, è stato sviluppato per altri ceppi del virus e non per il ceppo Bundibugyo, attualmente responsabile di una strage che colpisce una persona su due, un dato che rende l'arma immunitaria meno efficace del previsto e che richiede un impegno straordinario in termini di ricerca e di adattamento delle campagne vaccinali.
La vera partita, però, come emerge con chiarezza dalle parole raccolte a Bunia, si gioca sul terreno della fiducia, un bene prezioso e fragile che va riconquistato giorno dopo giorno, coinvolgendo le comunità in un dialogo aperto e trasparente, perché senza la loro partecipazione attiva, senza il loro consapevole sostegno, ogni sforzo per arginare il contagio rischia di rivelarsi vano e di infrangersi contro il muro del sospetto e della disinformazione.
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