La premier danese Frederiksen mette in guardia l’Europa: «Le mire di Trump sulla Groenlandia non sono finite»
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Redazione Esteri
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La durissima presa di posizione della premier danese Mette Frederiksen, espressa alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ha riportato con forza l’attenzione sulla questione groenlandese, un tema che l’amministrazione Trump, nonostante un momentaneo silenzio mediatico, non ha affatto archiviato. Intervenendo di fronte alla platea internazionale, Frederiksen ha lanciato un allarme inequivocabile: mettere in discussione il patto transatlantico, minacciare gli alleati o, ancor più gravemente, erodere il fondamento stesso dell’Articolo 5 del trattato Nato rappresenterebbe un pericolo esistenziale per l’intero sistema di sicurezza occidentale. Alla domanda se l’interesse della Casa Bianca per l’isola artica si fosse raffreddato, la risposta del primo ministro danese è stata secca e priva di appelli rassicuranti, confermando che le mire di Donald Trump permangono intatte e che Copenaghen si prepara a fronteggiare una pressione destinata a durare nel tempo -2.
Le ragioni di una contesa che va oltre la semplice geopolitica
Al centro di questa tensione diplomatica, che ha riacceso i riflettori su un territorio semiautonomo danese grande quanto mezza Europa ma popolato da sole 56mila anime, vi è un intreccio di interessi strategici, economici e militari di prim’ordine. La Groenlandia non è soltanto un immenso serbatoio di idrocarburi e terre rare — queste ultime fondamentali per la transizione ecologica e digitale, dato che vengono utilizzate per produrre qualsiasi cosa, dai magneti per le turbine eoliche ai sistemi di guida dei missili — ma rappresenta anche un crocevia geopolitico destinato a diventare centrale nei prossimi decenni -3. Con lo scioglimento dei ghiacci, favorito dal cambiamento climatico, le nuove rotte commerciali artiche si stanno aprendo, accorciando sensibilmente le distanze tra Asia ed Europa e trasformando una regione un tempo periferica in uno dei teatri più contesi del pianeta. La Cina, che si autodefinisce “Stato near-Arctic”, ha già battezzato l’idea di una “Polar Silk Road”, mentre la Russia, forte del più esteso tratto di costa sull’Oceano Artico, non ha mai smesso di potenziare la propria infrastruttura militare ed energetica nella regione, come dimostrano i colossali impianti per la produzione di gas naturale liquefatto nella penisola di Yamal -8.
Le perplessità dell’opinione pubblica americana e il fattore Nato
Se l’establishment europeo osserva con crescente inquietudine le mosse di Washington, un dato sorprendente emerge dall’analisi del fronte interno statunitense. Secondo un sondaggio condotto dall’AP-NORC, circa sette adulti americani su dieci esprimono una netta disapprovazione per il modo in cui il presidente Trump sta gestendo la questione Groenlandia, una percentuale che sale ulteriormente se si considera che solo un quarto degli intervistati approva la sua linea dura -4. Questo dato suggerisce come l’insistenza del tycoon sull’annessione dell’isola rappresenti, paradossalmente, un punto di vulnerabilità politica per la sua stessa amministrazione. Anche all’interno del suo elettorato tradizionale, i repubblicani, si registra una spaccatura significativa, con circa la metà dei sostenitori under 45 che giudica negativamente l’approccio del presidente, ritenendo, come ha dichiarato un elettore indipendente, che non si possa invadere un paese della Nato dopo aver criticato Mosca per l’aggressione all’Ucraina -4-9. L’ipotesi di uno scontro militare con la Danimarca, sebbene appaia remota, getterebbe l’Alleanza Atlantica in una crisi forse definitiva, minando quel principio di difesa collettiva che ha retto l’architettura di sicurezza europea dal secondo dopoguerra.
La posizione dell’Italia e gli interessi economici nell’Artico
In questo scacchiere in rapida evoluzione, l’Italia cerca di ritagliarsi un ruolo, seppur consapevole dei propri limiti strutturali. Il governo Meloni ha recentemente presentato un documento che delinea una nuova politica artica nazionale, tentando di portare sotto l’egida della Difesa gli interessi italiani nella regione, finora gestiti prevalentemente dalla diplomazia e dal settore della ricerca scientifica -5. Sul fronte energetico, però, le scelte appaiono più caute e orientate al pragmatismo economico. Eni, come chiarito in un’audizione parlamentare, ha dismesso le proprie licenze esplorative in Groenlandia nel 2022, a seguito di un accordo con le comunità locali Inuit che ha sancito il divieto di attività di estrazione di idrocarburi. La priorità del gruppo italiano, ha spiegato il responsabile Public Affairs Lapo Pistelli, rimane la Norvegia, dove attraverso la controllata Var Energi si produce circa il 20% del greggio norvegese in area artica, in un contesto operativo che garantisce sostenibilità ambientale e redditività, lontano dalle suggestioni, per ora poco concrete, del sottosuolo groenlandese -8.




