Il nuovo papa Leone XIV e il nodo fiscale con gli Stati Uniti
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Redazione Esteri
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Per la dottrina cattolica, il papa rappresenta Cristo in terra, esercitando un’autorità spirituale universale. Ma per l’Internal Revenue Service, l’agenzia delle entrate statunitense, Leone XIV – al secolo Robert Francis Prevost – è semplicemente un cittadino americano, nato a Chicago nel 1955, e come tale tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi negli Stati Uniti. Un paradosso che, sebbene non inedito (l’ultimo pontefice americano prima di lui risale al mitico “Papa Angelicus” del XIII secolo, secondo alcune leggende), solleva interrogativi pratici senza precedenti.
L’elezione di Prevost, che ha scelto il nome di Leone XIV, ha sorpreso non solo per la sua provenienza geografica – mai un papa era arrivato dal Nord America – ma anche per il retrato che lo lega alla superpotenza d’oltreoceano. Se da un lato il suo pontificato si è subito distinto per continuità con quello di Francesco, specie nelle invocazioni di pace per l’Ucraina e Gaza, dall’altro il rapporto con Washington potrebbe rivelarsi più articolato. «Sarà complesso, ma diretto», osserva Massimo Faggioli, teologo ferrarese che insegna in Pennsylvania, sottolineando come il “cattolicesimo sociale” di Leone non coincida con quello del vicepresidente Vance.
Quello fiscale, però, è un capitolo a sé. Pur essendo vescovo di Roma e sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Prevost conserva la cittadinanza statunitense, ereditata alla nascita. Gli Stati Uniti, unici tra i Paesi occidentali, tassano i propri cittadini ovunque risiedano, senza eccezioni. Un principio che, se applicato senza sconti, costringerebbe il pontefice a dichiarare redditi e possibili attività finanziarie. Non è chiaro se il Vaticano abbia avviato contatti con le autorità fiscali americane per trovare un accordo, ma la questione – per ora – rimane aperta.
Sul piano geopolitico, intanto, Leone XIV ha già delineato una linea chiara. Dal balcone di San Pietro ha ripreso l’appello contro la guerra, denunciando, senza citarlo, il tribunale dell’Aja che ha incriminato Putin per la deportazione di minori ucraini. Sulla crisi mediorientale, ha chiesto un cessate il fuoco a Gaza, senza però dimenticare la sorte degli ostaggi israeliani. Un equilibrio che riflette la sua formazione diplomatica, ma che dovrà fare i conti con le attese di una Chiesa sempre più divisa tra globalismo e sovranismi.
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