La serie A spinge per Malagò, ma Abete rilancia la sfida e il calcio già si spacca
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Redazione Sport
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Il quadro, dopo mesi di attese e manovre sussurrate nei corridoi delle sedi federali, si è improvvisamente chiarito nel giro di poche ore. Da una parte, e con la forza di un plebiscito che lascia poco spazio a interpretazioni, si staglia la figura di Giovanni Malagò, il candidato che la Lega di Serie A ha indicato come proprio uomo di punta per la successione a Gabriele Gravina; dall’altra, a raccogliere il guanto di sfida, ecco Giancarlo Abete, presidente dei dilettanti nonché ex numero uno della Figc, quel medesimo dirigente che rassegnò le dimissioni nel 2014 all’indomani del naufragio azzurro ai mondiali brasiliani.
La prima mossa, decisamente concreta, è arrivata ieri mattina nel corso di un’assemblea convocata a Milano dai club, riuniti sotto la guida di Ezio Simonelli. È stato Luca Percassi, amministratore delegato dell’Atalanta, a presentare le firme di ben diciassette società; e in diretta, quasi a suggellare l’inerzia del momento, si è aggiunto anche Carnevali del Sassuolo. Diciotto voti su venti – una valanga, in sostanza – hanno trasformato quella che poteva essere una semplice proposta nella formale richiesta di candidatura per la presidenza della Federcalcio. Malagò, forte di un curriculum dirigenziale che pochi possono vantare in ambito sportivo, si ritrova così investito da un mandato chiarissimo: ricostruire un movimento umiliato dall’eliminazione patita a Zenica contro la Bosnia, e provare a risollevare le sorti di un sistema che ha fallito la qualificazione al terzo mondiale consecutivo.
Il fronte dei dilettanti e la memoria del 2014
Dall’altra parte del tavolo, però, c’è chi non intende assistere passivamente a questa marcia trionfale. Abete, va detto, conosce perfettamente i meccanismi della Federcalcio per averli già guidati; la sua esperienza, accumulata anche negli anni successivi al passo indietro del 2014, gli consente oggi di muoversi con cautela ma senza timori reverenziali. La sua candidatura, ancora non ufficializzata con la stessa forza mediatica di quella avversaria, poggia su una base solida e strutturata come quella della Lega Nazionale Dilettanti, un bacino di consensi non trascurabile nei delicati equilibri elettorali federali. Le parole pronunciate da Stefano Impallomeni ai microfoni di TMW Radio fotografano bene lo scenario: le componenti interne sono molteplici e la riuscita dell’operazione Malagò dipenderà dalla capacità di tenere insieme pezzi anche molto distanti tra loro. Impallomeni, analizzando l’apporto determinante dei dilettanti, ha comunque definito Malagò «l’uomo da portare avanti», aggiungendo che scenderà in campo solo se certo della vittoria.
L’affondo di Lotito: “Serve un commissario”
E proprio mentre i due candidati muovono i primi pedoni, una voce dissonante ha rotto quella che molti speravano fosse una partita a due. Claudio Lotito, presidente della Lazio e figura da sempre scomoda nel panorama calcistico nazionale, ha lanciato un affondo che rischia di spiazzare entrambi gli schieramenti. «Serve una ristrutturazione del calcio», ha dichiarato. «Le elezioni vengono indette con la legge 91 del 1981, una legge di 45 anni fa e non va bene. Non è il nome – ha tenuto a precisare – il nome non c’entra niente. Se una cosa non funziona, va ristrutturata. Fin quando c’è quella legge, il sistema va ridisegnato tutto». Un intervento, questo, che sposta l’asse del dibattito dalle persone alle architetture di potere; non più chi debba sedere sulla poltrona, ma quale sia la cornice normativa entro cui quel presidente dovrà operare. Un attacco trasversale, insomma, che non risparmia né Malagò né Abete.
L’eredità di Gravina e il voto che verrà
Gravina, il presidente dimissionario, lascia un’eredità pesantissima. La mancata qualificazione alla rassegna iridata è stata il colpo di grazia per una gestione già messa in discussione da più parti; ma il meccanismo delle candidature, ora, procede spedito. Malagò ha dalla sua il blocco delle grandi società, quella che si è compattata con un plebiscito di fatto. Abete conta sulla capillarità del movimento dilettantistico e su una rete di relazioni costruita in decenni di militanza. E Lotito, con la sua richiesta di un commissario ad hoc, aggiunge un elemento di ulteriore incertezza. Se ne saprà di più nei prossimi giorni, quando le candidature verranno ufficialmente depositate e i collegi elettorali inizieranno a orientarsi. Quel che è certo, per ora, è che il calcio italiano si trova a un bivio: da una parte la continuità manageriale rappresentata da Malagò, dall’altra il ritorno di un passato – quello di Abete – e infine la prospettiva, evocata da Lotito, di una cesura radicale con l’intero impianto normativo vigente.




