Rai, il caso Petrecca e quelle domande che restano sullo stato di salute del servizio pubblico
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Redazione Sport
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La vicenda che ha portato alla formale rimessione del mandato da parte di Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, nelle mani dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, si chiude – se di chiusura si può parlare – con un passaggio di consegne interlocutorio e con piú d’un interrogativo che aleggia sulla testata e, piú in generale, sulle logiche che governano certe scelte aziendali -5-7. Petrecca, come da comunicato ufficiale diffuso al termine della riunione del Consiglio di Amministrazione, lascerà effettivamente l’incarico solo a Giochi olimpici conclusi, e la responsabilità della testata verrà affidata, in via transitoria e con effetto dal primo marzo, al vicedirettore Marco Lollobrigida, figura interna con trent’anni di carriera alle spalle -4-10. Una soluzione che ha il sapore della toppa cucita in fretta per arginare l’emorragia di consensi e placare gli animi di una redazione che, va ricordato, aveva ritirato le firme dai servizi e dalle telecronache annunciando pacchetti di sciopero per la fine della manifestazione -2-6.
Ma al di là dell’avvicendamento ai vertici, su cui pure si potrebbe discutere a lungo circa i tempi e le modalità, ciò che colpisce è la sensazione di un deja vu, di un copione già visto che si ripete identico a se stesso. La gaffe in diretta, quella che ha fatto il giro del mondo e costretto Petrecca a subire i fischi per strada – come lui stesso avrebbe confidato – è solo la punta dell’iceberg di un malessere ben piú profondo. La domanda che sorge spontanea, e che forse pochi si stanno ponendo con la dovuta attenzione, è un'altra: dove si annidavano, prima di questo sfogo corale, i censori e i paladini della corretta informazione? Quella stessa informazione che oggi alza la voce e chiede la testa del direttore, dov’era quando, non molti mesi fa, la televisione pubblica spacciò per un blitz bellico di Kiev le immagini di un videogioco, alimentando la macchina del fango e della disinformazione in un contesto delicato come quello del conflitto ucraino? E ancora, chi sollevò obiezioni quando, durante una delle serate del Festival di Sanremo, si consumò in diretta una messinscena imbarazzante, con tanto di riferimenti al sesso e alla religione, che vide un uomo auto-percepirsi Gesù circondato da apostoli in mutande? Allora, il silenzio fu assordante. Allora, nessuno parlò di danno all’immagine del servizio pubblico o di offesa al pudore dei telespettatori. Allora, i sindacati tacquero.
Oggi, invece, la macchina del fango si è messa in moto con una velocità impressionante, e il caso Petrecca è diventato il pretesto per una resa dei conti che poco ha a che fare con la qualità della telecronaca e molto, invece, con equilibri interni e logiche di potere. La redazione di Rai Sport, con il suo Comitato di redazione, ha parlato di “figura peggiore di sempre” e di imbarazzo diffuso, dimenticando forse che la professionalità di chi lavora in azienda non dovrebbe dipendere dal gradimento o meno verso chi siede sulla poltrona piú alta -2. E se è vero, come ha dichiarato Iacopo Volpi, ex direttore della testata e firma storica del giornalismo sportivo Rai, che per una cerimonia olimpica “ci si prepara mesi prima” e che “non si improvvisa”, è altrettanto vero che la gestione delle risorse umane e la serenità dell’ambiente di lavoro sono fattori che si costruiscono nel tempo e non si risolvono con un avvicendamento lampo -3. Volpi, dal suo osservatorio privilegiato di spettatore, ha evitato di entrare nel merito della conduzione di Petrecca, ma ha lasciato intendere che la sottovalutazione dell’evento è stata palese. E ha colto l’occasione per ricordare come lui stesso, in dieci Olimpiadi seguite, non abbia mai voluto cimentarsi con la telecronaca della cerimonia inaugurale, consapevole della complessità e della preparazione che richiede -3.




