John Carpenter’s Toxic Commando, la recensione di uno shooter che mescola fango e orrore cosmico
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Nella nostra ormai lunga carriera di sopravvissuti virtuali, abbiamo affrontato apocalissi zombie di ogni risma, scatenate da esperimenti biologici falliti o da infezioni fungine fuori controllo; eppure, John Carpenter’s Toxic Commando, l’atteso sparatutto cooperativo sviluppato da Saber Interactive e pubblicato da Focus Entertainment, sceglie di percorrere una strada diversa, innestando nel filone, ormai saturo, degli horde shooter un elemento di novità che riaccende la curiosità. Il gioco, disponibile dal 12 marzo 2026 su PC, PlayStation 5 e Xbox Series X|S al prezzo di partenza di 39,99 euro, non si limita a gettarci orde di non-morti contro, ma costruisce la sua identità attorno a una premessa narrativa che mescola avidità Corporativa e antichi presagi, con un risultato che, come vedremo, è un’esperienza tanto affascinante quanto disomogenea.
La trama, che porta la firma del regista stesso, ci proietta in un futuro prossimo dove la Obsidian, una razione tecnologica senza scrupoli guidata dal miliardario Leon Dorsey, scava troppo in profondità nel tentativo di estrarre energia geotermica dal nucleo terrestre. È il 29 ottobre 2033 quando le trivellazioni risvegliano un’entità mostruosa e antichissima, ribattezzata Sludge God, una divinità fangosa che inizia immediatamente a terraformare il pianeta, trasformando il suolo in melma tossica e gli esseri umani in homo mortis, una nuova specie di zombie psionicamente controllati. Tocca a noi, nei panni di uno dei quattro mercenari – Cato, Astrid, Ruby e Walter – ingaggiati da uno scafato Dorsey, ripulire il pasticcio e rispedire l’orrore primordiale nel sottosuolo, il tutto condito da un’atmosfera che strizza l’occhio al cinema horror e d’azione anni Ottanta, tra battute al vetriolo e un’estetica volutamente tamarra.
A rendere peculiare la ricetta di Toxic Commando è la commistione tra la caotica azione da sparatutto e una robusta componente di guida fuoristrada, un’eredità diretta di un altro Titolo celebre dello stesso studio, SnowRunner. Le missioni, nove in totale e dalla durata variabile, si svolgono in ambienti semi-aperti di dimensioni ragguardevoli, che i giocatori devono attraversare a bordo di vari veicoli, ciascuno con caratteristiche e abilità uniche, come l’ambulanza in grado di curare l’equipaggio o l’auto della polizia con la sirena che attira le orde. Il fango, fedele comprimario, non è un semplice elemento scenico ma una meccanica di gioco: impantanarsi significa diventare facili prede per le ondate di nemici, e la melma tossica lasciata dagli zombie danneggia chiunque osi attraversarla a piedi, creando una sinergia interessante tra la gestione del veicolo e le fasi di combattimento.
Il comparto tecnico si affida al collaudato Swarm Engine, lo stesso motore grafico che ha dato vita alle mastodontiche battaglie di World War Z e Warhammer 40,000: Space Marine 2, e la scelta si rivela azzeccata per regalare momenti di spettacolo puro quando centinaia di nemici si arrampicano gli uni sugli altri per sopraffare la squadra. Il sistema di progressione, scandito da quattro classi distinte – Strike, Medic, Operator e Defender – ciascuna con un proprio albero delle abilità ricco di potenziamenti, e da un arsenale di sedici armi primarie personalizzabili con modifiche estetiche e funzionali, offre una profondità notevole e incentiva la rigiocabilità, premiando costantemente il giocatore con nuovi contenuti e possibilità di sperimentazione.
Tuttavia, nonostante la bontà delle idee di partenza e l’innegabile divertimento che scaturisce dal caos più sfrenato, John Carpenter’s Toxic Commando mostra la corda sotto il profilo della varietà e della rifinitura generale. I livelli, pur vasti, tendono a ripetersi visivamente, con ambientazioni rurali e post-industriali che faticano a distinguersi le une dalle altre, e la struttura delle missioni, incentrata su obiettivi fin troppo classici come difendere un punto o scortare un veicolo, cade presto in una routine prevedibile. A questo si aggiungono alcune scelte di game design opinabili, come la gestione della mappa poco fluida durante la guida – che avrebbe giovato di un mini-radar – e una curva di apprendimento che talvolta lascia il giocatore in balia di meccaniche non spiegate a dovere, come l’utilizzo delle abilità speciali delle classi.
Se lo shooting, pur derivativo, riesce a trasmettere la giusta potenza e il feedback delle armi è soddisfacente, sono la caratterizzazione dei personaggi e la scrittura dei dialoghi a rappresentare forse il tallone d’Achille più vistoso dell’operazione. Il cast di protagonisti, a eccezione del più misurato Cato, è composto da macchiette insopportabili, un campionario di stereotipi iper-mascolini e saccenti che affliggono il giocatore con un torrente di battute mal scritte e prive di mordente, lontanissime dallo stile iconico che ci si aspetterebbe dal leggendario autore di Halloween. Anche l’apporto dello stesso John Carpenter, il cui nome campeggia nel titolo, sembra limitarsi alla sola idea di base, senza riuscire a impregnare il prodotto finale di quella cifra stilistica unica che ha reso celebre il suo cinema, lasciando l’impressione di un’occasione in parte sprecata.




